Quiet quitting: un’opportunità?

Scritto da Federica Piccioni

Quiet quitting. Dopo smartworking e Great Resignation, una nuova parola chiave accende il dibattito sul mondo del lavoro. Letteralmente “licenziarsi in silenzio”, il quiet quitting è la tendenza a svolgere il proprio impiego negli orari prestabiliti, senza che questo sottragga tempo alla vita privata. Meno propositivitá e coinvolgimento emotivo al lavoro a favore di più spazio per gli interessi personali. Diffuso soprattutto tra i lavoratori e le lavoratrici più giovani, questo approccio è la risposta della Generazione Z alla cultura dello stakanovismo. Ma cosa c’è dietro a questo hashtag virale che ha raggiunto oltre nove milioni di visualizzazioni solo su Tik Tok? E quali sono le cause?

Quiet quitting: le origini del fenomeno

La maggior parte dei trend nati nel periodo post pandemico scaturiscono dalla necessità di anteporre il benessere e la soddisfazione personale alle richieste dei/delle datori/datrici di lavoro. Ne è un esempio calzante il fenomeno della Great Resignation (che abbiamo trattato intervistando le nostre socie a maggio e a giugno), che vede milioni di persone dimettersi alla ricerca di opportunità più in linea con il proprio stile di vita e le proprie ambizioni. A differenza di quest’ultimo, il quiet quitting non prevede tuttavia un licenziamento ma un progressivo disimpegno dal lavoro, senza tuttavia venir meno ai propri doveri.

Lo spiegano bene le migliaia di video sul tema postati su Tik Tok, tra i più citati quello di Zaid Khan, un ingegnere di New York di 24 anni. Khan afferma di adempiere ai suoi impegni lavorativi ma allo stesso tempo di prendere le distanze da quella che gli/le American* chiamano “hustle culture”, la cultura della performance a ogni costo. Moltissimi TikToker hanno ripreso il discorso, anche in chiave ironica, e, tra quest*, Sarai Marie (@saraisthreads) che spiega il fenomeno attraverso parodie dove interpreta una dipendente quiet quitter, Veronica, e la sua manager stakanovista, Susan.

Veronica, hai parlato a tutti in ufficio del quiet quitting?” chiede Susan
Sì, l’ho fatto” risponde Veronica con naturalezza
E sai cosa significa
Significa che arrivi in ufficio, fai il tuo lavoro e poi vai a casa. Dovresti provare ogni tanto” risponde Veronica.

Insomma, stando a questi video, il desiderio di ritagliarsi spazio e slegare la propria identità dalla carriera professionale appare sempre più imperante tra le nuove generazioni.

Nuovo trend o fenomeno già visto?

Ma davvero il fenomeno del quiet quitting è un’invenzione dei/delle GenZ? Lavorare per pagare le bollette e godersi il tempo libero in famiglia o con gli/le amici/amiche è il binomio che ha guidato le scelte di buona parte di baby boomers e generazione X per decenni. In un sistema valoriale che, per i/le più, concepiva il lavoro come mezzo di vita, la motivazione economica era centrale rispetto al coinvolgimento emotivo. A maggior ragione, chi “fa cadere la penna alle diciotto” è sempre esistito.

Ciò che è cambiato oggi sono le aspettative dei/delle dipendenti, che non vedono più nello stipendio l’unico vettore di soddisfazione ma, al contrario, necessitano di flessibilità, crescita e valorizzazione.

A questo proposito un articolo dell’Harvard Business School definisce il quiet quitting solo un altro modo di etichettare un fenomeno già esistente. Stando alla ricerca infatti, adottare questo approccio significa allontanarsi da manager incapaci di costruire relazioni di valore con il proprio team. In questa prospettiva, l’allontanamento silenzioso dal proprio lavoro avrebbe più a che fare con cattiv* leader che con impiegat* negligenti. Secondo un articolo della CNN, inoltre, molte persone optano per questo approccio perché non si sentono ascoltate dai/dalle loro manager. In questo caso il quiet quitting diventerebbe un modo per riacquistare il controllo della situazione e ristabilire i confini prima di arrivare, in casi estremi, al burn out.

Oltre al desiderio di bilanciare vita e lavoro maturato dalle riflessioni post pandemiche, il quiet quitting sarebbe dunque il riflesso di una diffusa insoddisfazione tra i lavoratori e le lavoratrici. A confermare questa tendenza ci pensa il report State of the Global Workplace 2022 di Gallup, citato dalle maggiori testate italiane e internazionali. Nel documento, l’Italia si posiziona come fanalino di coda in termini di soddisfazione professionale: solo il 4% delle persone manifesta coinvolgimento o entusiasmo per la propria professione contro il 14% della media europea. Risultati allarmanti frutto di una responsabilità condivisa: da un lato le aziende, che non riescono a motivare lavoratori e lavoratrici, e dall’altro questi/queste ultim*, che metterebbero a rischio l’organizzazione dei team e la produttività aziendale.

Come arginare il quiet quitting

La domanda sorge spontanea: ma il quiet quitting è da condividere o da demonizzare? E’ difficile dare una risposta esaustiva senza cadere nella banalità del “giusto” o “sbagliato”. Ha ragione Biancamaria Cavallini su Alley Oop quando scrive che, per comprendere il fenomeno al meglio, sia necessario “sospendere le proprie risposte. E cominciare a dedicarsi alle domande. Farle a sé – in quanto persone, manager, aziende – e, soprattutto, farle ai diretti interessati, ossia a chi, già oggi, si sta silenziosamente ritirando.

Vivere questo fenomeno come un’opportunità per sondare le motivazioni che l’hanno generato potrebbe essere una strategia vincente per aziende e leader alle prese con dipendenti quiet quitters.

Ascoltare il loro punto di vista, cercare di capire cosa non funziona o cosa potrebbe essere migliorato in termini di mansioni, work life balance o operatività. Mantenere un canale aperto per il dialogo e il confronto diretto che non si limiti a freddi questionari sulla soddisfazione in azienda inviati per email.

Lavorare senza passione e coinvolgimento non è sostenibile nel lungo periodo, così come non lo è svolgere un impiego che non generi valore, anche in termini di soddisfazione personale. A maggior ragione se questo non ha un impatto positivo sulle persone. E’ necessario un cambiamento che metta al centro le persone e le loro esigenze. Sospenda le parole a favore dell’ascolto. Eviti che l’hashtag #quietquitting si trasformi nel nuovo contenitore di un fenomeno consolidato da tempo.

 

Fonti 

https://alleyoop.ilsole24ore.com/2022/08/24/quiet-quitting/ 

https://edition.cnn.com/2022/08/26/success/how-should-managers-handle-quiet-quitting/index.html 

https://www.gallup.com/workplace/349484/state-of-the-global-workplace-2022-report.aspx  

https://hbr.org/2022/08/quiet-quitting-is-about-bad-bosses-not-bad-employees  

https://www.huffingtonpost.it/blog/2022/09/10/news/ecco_i_quiet_quitter_chi_al_lavoro_fa_il_minimo_ma_davvero_e_una_novita-10190243/ 

https://www.ilpost.it/2022/09/16/quiet-quitting/ 

https://www.nytimes.com/2022/08/23/style/quiet-quitting-tiktok.html 

https://lab.repubblica.it/2022/grandi-dimissioni-in-italia-perche-si-lascia-il-posto-fisso/

TikTok https://www.tiktok.com/@saraisthreads/video/7134392349182004523?_r=1&_t=8VsS0hajzlt&is_from_webapp=v1&item_id=7134392349182004523 

https://www.vanityfair.it/article/al-lavoro-facendo-indispensabile-ecco-chi-sono-i-quiet-quitter  

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