Il ruolo delle emozioni nella resistenza al cambiamento. Intervista a Federica De Vecchi, Business Coach e Neurotrainer

Scritto da Francesca Barillà

In questo momento storico e sociale una delle parole che ricorre più spesso è quella di cambiamento.

Il 2020 ci ha messo di fronte a delle situazioni sfidanti a livello sia personale che professionale che richiedono molta flessibilità, pazienza ma anche notevoli competenze e capacità di far fronte a cambiamenti repentini e spesso inaspettati.

Come possiamo trasformare le situazioni difficili in opportunità?

Abbiamo affrontato l’argomento del cambiamento con Federica De Vecchi, Business Coach e Neurotrainer e Mentore del programma annuale “Inspiring Mentor” di Young Women Network.

Federica De Vecchi, come racconta nel proprio sito ha fatto del cambiamento il leitmotiv della propria vita cambiando ruoli e lavori in maniera consapevole e serena e trasformando ogni situazione, anche complessa, in un’occasione.

Affrontare la paura del cambiamento e trasformarlo in una scelta consapevole

Federica tu, nell’intervista a Vanity Fair di aprile 2018, racconti che ti sei sentita dare della pazza quando hai deciso di lasciare la tua carriera come manager nelle multinazionali e avviare una tua nuova professione?

Quanto è stato difficile scegliere di cambiare?

Il primo elemento importante del processo di cambiamento è stato prendere consapevolezza che era arrivato il momento di cambiare.

Lavoravo in una multinazionale e in un ruolo da manager e per le altre persone è stato davvero difficile capire perché volessi cambiare.

Per me è stato difficile capire perché, ad un certo punto, non stessi bene in quella situazione.

Il primo passo è quello di sentire, entrare in contatto con questa nuova visione, con la volontà di cambiare.

La difficoltà nel cambiamento è ascoltarsi, riuscire a dialogare con sé stessi, a porre attenzione alle domande che ci facciamo, quali parole ci diciamo.

È normale che ci sia la paura del cambiamento perché si va incontro ad un futuro incerto e da costruire.

Per permettere al cambiamento di diventare una scelta consapevole è importante:

  1. Analizzare la realtà e riconoscere la situazione
  2. Accettare i sentimenti che accompagnano la visione della realtà
  3. Decidere di agire

 

Qual è la resistenza più grande che ci impedisce di affrontare il cambiamento anche se abbiamo consapevolezza della sua necessità?

Il nostro cervello costruisce degli schemi che i nostri circuiti neurali ci ripropongono come abitudini sia nelle azioni di tutti i giorni sia nelle relazioni con gli altri.

L’abitudine ci aiuta a risparmiare energia e a crearci una “zona di comfort” nella quale agiamo in modo quasi automatico, anche quando una particolare situazione non ci fa stare più bene.

Alla domanda: “Come stai?”, le persone spesso tendono a dare risposte razionali, raccontano quello che hanno fatto e non quello che realmente sentono sia a livello fisico che emotivo (es: “mi sento stanco, agitato, mi batte forte il cuore, mi sento inadeguato”).

La resistenza al cambiamento più grossa è sentire queste emozioni spiacevoli, entrare realmente in contatto con questi stati d’animo e dare un nome a quel disagio.

 

Dall’analfabetismo emotivo all’importanza di riconoscere le emozioni per gestire il cambiamento

 

A livello sociale si riscontra un vero e proprio “analfabetismo emotivo” ossia: l’incapacità di porci in ascolto dei nostri stati d’animo, delle nostre emozioni e di dar loro un nome.

Lo psicologo statunitense Jonathan Haidt, per far capire la rilevanza della parte emozionale su quella razionale nel nostro cervello, paragona la parte delle emozioni a un elefante e la zona adibita alla razionalità a un fantino.

La maggior parte dei nostri circuiti neurali si basa sulle emozioni, mentre la parte cognitiva che è localizzata nella zona prefrontale del nostro cervello, cerca di “domare questo grosso elefante”.

Come riusciamo a riconoscere e dare il giusto nome alle emozioni?

La chiave di volta è la compassione, parola che troppo spesso ha un’accezione negativa: ad esempio si pensa che compatire l’altro significhi considerarlo un perdente.

In realtà la compassione ci aiuta a connetterci autenticamente con noi stessi e con gli altri.

Per allenare la compassione possiamo cominciare con questi 3 semplici passi:

  1. Fermarsi: prenderci del tempo per ascoltarci. Cosa stiamo dicendo a noi stessi?
  2. Identificare il disagio: qual è il problema? Quando riusciamo a dialogare con noi stessi, riusciamo a comprendere il problema in tutti i suoi aspetti.
  3. Confrontarsi: ossia parlarsi in modo autentico “come farebbe la mamma con un figlio” o come “farebbe il tuo migliore amico con te”.

Parlarsi con compassione attiva una parte del circuito motivazionale che ci aiuta a passare all’azione poiché abbassa il livello di cortisolo e riduce il senso di stress.

Essere compassionevoli con sé stessi non solo migliora la conoscenza personale ma ci aiuta ad entrare in contatto con gli altri in modo empatico.

Leadership ed emozioni: quali sono gli ingredienti per gestire il cambiamento in modo efficace?

La situazione sociale ed economica causata dalla pandemia ha avuto indubbie ripercussioni non solo sulla nostra vita quotidiana ma anche sul nostro benessere psicofisico.

A livello professionale è necessario che le persone sentano di essere supportate e affiancate da un leader efficace.

Quali sono le strategie che possono alimentare una leadership efficace soprattutto in un momento critico come quello che stiamo vivendo?

Il leader possiede un ruolo e le soft skills necessari per coordinare un team e per raggiungere degli obiettivi prefissati ma è anche una persona che come tutti risente della situazione di complessità.

Avrà sicuramente delle paure e dei dubbi, magari difficoltà a dormire o di concentrazione, ed è per questo che per un leader è fondamentale la capacità di trovare un equilibrio mentale e fisico.

Solo se il leader si trova in una situazione di equilibrio potrà essere empatico e compassionevole con il proprio team, per portarlo poi ad agire verso l’obiettivo aziendale.

In questo periodo, tutti noi possiamo sperimentare emozioni negative perché cogliamo e anticipiamo la situazione di incertezza.

A livello cognitivo, il nostro cervello attiva il Sistema Nervoso Simpatico quindi siamo sempre “iperattivati”.

Conoscere il funzionamento del nostro cervello permette al leader di sentire la difficoltà dell’altro e ad approcciarsi in modo compassionevole.

Questo approccio gli permette di trovare delle soluzioni efficaci di fronte alle difficoltà e a supportare il proprio team creando un circolo virtuoso che gioverà tanto alle persone del team quanto al leader stesso.

Solo riconoscendo la situazione e comunicando in modo trasparente si può gestire il cambiamento in modo efficace.

Il leader che ha una buona lettura del contesto, avrà la consapevolezza che in questo momento storico una delle priorità delle persone è sapere di lavorare in un ambiente sicuro, pulito dove poter sviluppare la propria creatività.

Le quattro caratteristiche di un leader efficace sono quindi:

  1. Benessere psico-fisico
  2. Equilibrio personale
  3. Compassione
  4. Capacità di costruirsi un buon alfabeto emozionale e di creare una situazione di sicurezza per il proprio team.

 

Il Neuro Active Coaching come strumento di crescita personale

Federica nella tua professione utilizzi il Neuro Active Coaching per permettere alle persone di sviluppare l’apprendimento emotivo per indurre il cambiamento.

In cosa consiste il Neuro Active Coaching e come può supportare la crescita personale e professionale?

Il Neuro Active Coach usa gli strumenti del coaching, domande potenti e ascolto attivo, con lo scopo di supportare la persona nell’analisi della situazione per poter poi agire.

Il termine Active si riferisce alla costruzione di azioni concrete da applicare su sé stessi e nel business.

Il Neuro Active Coach è un “allenatore cerebrale” perché supporta le persone nella comprensione di come siamo fatti grazie a dei postulati con fondamenti neuroscientifici e la costruzione del proprio alfabeto emotivo.

Attraverso il Neurofeedback dinamico non lineare, abbinato all’attività di Coaching, si accelera il processo di cambiamento.

Per fare un esempio attuale, il lockdown che abbiamo vissuto a marzo ci ha posto di fronte a una situazione stressante sia a livello fisico che emotivo e ha attivato dei circuiti neurali che hanno registrato sia la situazione che i nostri stati d’animo.

Durante l’estate, la situazione stressante si è allentata e i circuiti neurali che avevamo attivato sono rimasti sopiti.

In questo momento stiamo rivivendo la stessa situazione stressante e di incertezza che avevamo già sperimentato a marzo, pertanto quei circuiti neurali sono sollecitati nuovamente, riattivando le stesse emozioni negative.

Alle consuete tecniche di Coaching, io ho aggiunto uno strumento altamente efficace: il Neurofeedback dinamico non lineare, una strategia d’apprendimento che consente a una persona di autoregolare le proprie onde cerebrali.

Il Neurofeedback diinamico non lineare è definito come un esercizio del cervello ai fini del miglioramento delle prestazioni mentali e del controllo emotivo e fisiologico.

Ma non solo: il Neurofeedback è la tecnologia che ci rimette in condizione di esplorare nuovi percorsi cognitivi e comportamentali, uscire dai binari prestabiliti e tornare all’apertura celestiale: la condizione unica in cui tutto è ancora possibile, come per un bambino che si apre alla vita

La persona ascolta una musica mentre un macchinario monitora le frequenze; quando il computer rileva, tramite gli elettrodi appoggiati alle orecchie e al cranio, una forte variazione o uno squilibrio dell’attività cerebrale, toglie una nota alla musica che sta trasmettendo.

Togliendo la nota, al cervello arriva un feedback negativo, un messaggio di “squilibrio”, che lo stimola a ricercare e trovare il suo nuovo equilibrio: secondo il principio di neuroplasticità del cervello, avviene dunque un’ottimizzazione delle funzioni neurali.

È importante ricordare che lo stato di equilibrio è personale; ogni persona è unica così come unico è il proprio stato di equilibrio e benessere psico-fisico. È come se il nostro cervello si guardasse allo specchio per capire come possa stare bene.

 Il Neurofeedback dinamico non lineare è un allenamento e un percorso individuale che può essere svolto in 20/30 sedute senza effetti collaterali per abbassare gli stati di stress, riposare meglio e migliorare le peak performance manageriali e sportive, lavorando a livello di subconscio e ai livelli cognitivo, emotivo e fisico.

Ho utilizzato questo strumento nei percorsi di coaching sia con i manager che con gli atleti ottenendo ottimi risultati.

 

In un mondo dove tutto sembra scorrere troppo velocemente e dove la tecnologia ci permette di essere sempre in contatto gli uni con gli altri è importante prendersi del tempo per sé stessi, per connettersi profondamente con le proprie emozioni e per trovare l’energia e la motivazione necessarie per affrontare il cambiamento!

 

Ringraziamo Federica De Vecchi per la disponibilità e per condividere con noi le sue e la sua professionalità anche come Mentore del programma Inspiring Mentor di Young Women Network. Grazie!