Atlete e Sport: storia di un professionismo a lungo negato

A cura di: Alessia Vitale

Il 6 Aprile scorso si è celebrata, come ogni anno, la “Giornata Internazionale dello Sport per lo Sviluppo e la Pace”.

Siamo quindi qui a porvi una domanda:

 

Quali caratteristiche fisiche rendono uno/una sportiv* un/un’atleta di successo?

 

La maggioranza di voi, probabilmente, risponderebbe “resistenza, forza e velocità”. 

Non a caso, di frequente, l’immagine che una competizione sportiva rievoca alla mente è quella di un uomo, un uomo che corre più veloce degli altri, che salta più in alto degli altri o magari di un gruppo di uomini che provano a calciare più volte un pallone nella rete avversaria per conquistare una vittoria. 

Ebbene, con una malcelata soddisfazione, vi informiamo che le scienze sociali dello sport hanno dimostrato che, il parametro della forza fisica quale indice di successo, è solo un mito e come tale va superato. 

Il mondo dello sport, come quello del lavoro, non è esente da una questione di genere che pregiudica il riconoscimento delle qualità agonistiche femminili, a discapito delle atlete donne. Del resto, come evidenziato da John Brenkus nel suo Ted Talk “Why girls and boys should play sports together”, resistenza, forza e velocità, ancora oggi, rappresentano i tratti maggiormente correlati alla performance sportiva. Secondo tale approccio, un/un’atleta che non aspiri ad essere più forte, più veloce e più muscolos*, non sarà mai un/una vincente. Nonostante i progressi compiuti nel corso degli anni in tema di eguaglianza di genere, l’idea del “bigger, stronger equal faster” continua, ancora oggi, a permeare la mentalità sportiva, avvantaggiando gli atleti uomini ed il più delle volte scoraggiando le donne dal provare ad emergere, facendo credere loro di non essere in grado di competere con i colleghi  poiché, a causa di una differente fisicità, non risulterebbero dotate degli stessi livelli di forza, resistenza e velocità.

In tema di donne sportive e stereotipi, queste ultime sono da sempre state considerate troppo deboli, troppo emotive e poco competitive per gareggiare al pari degli uomini, ciò costituendo un bias difficile da sradicare. L’idea che gli uomini, grazie alla loro costituzione fisica, siano maggiormente portati per le discipline sportive, poiché avvantaggiati per natura, permea ancora le coscienze collettive. Del resto, è anche uno dei motivi principali per cui il mondo dello sport, dal tennis al basket passando per il golf, è da sempre stato diviso in due categorie, impedendo agli uomini ed alle donne di gareggiare insieme. Inoltre, in ragione di ciò, quasi tutti gli sport si sono, da sempre, avvalsi di differenti sistemi di regolamentazione, per cui vigono regole diverse per i campionati maschili e femminili. Addirittura il bowling e le freccette, a livello agonistico, sono divisi in categorie.

 

Sebbene in Italia il “diritto allo sport” sia stato riconosciuto all’interno della “Carta dei principi dello sport per tutti”, che ne assicura la tutela a favore di tutt* i/le cittadin* senza distinzione d’età e categorie sociali, non è così in tutto il mondo. 

Molti, infatti, sono gli ostacoli di natura religiosa e culturale che le donne sono chiamate ad affrontare. La corrente islamica più conservatrice ed integralista bandisce alcune condotte, per cui, ad esempio, non è possibile mostrare il corpo in maniera eccessiva, e ciò ovviamente incide sull’abbigliamento adottato dalle sportive. Del resto, come dimenticare il caso dell’algerina Hassiba Boulmerka, oro ai giochi di Barcellona del ‘92, messa al bando dagli estremisti del suo paese e condannata a morte per aver corso i 1500 metri in canottiera e shorts. I dettami religiosi dell’Islam impediscono agli atleti di farsi riprendere in televisione e per le donne vige il divieto di esibirsi davanti a un pubblico prettamente maschile. Numerose le regole morali ed etiche che devono essere rispettate e che incidono sulla partecipazione delle donne all’interno di competizioni sportive internazionali. La donna dovrebbe praticare attività fisica lontana da sguardi molesti, ovvero frequentare palestre per sole donne, ed astenersi da tutti quegli sport cosiddetti “poco femminili”, poiché incompatibili con la sua natura. Solo nel 2012, in occasione dei Giochi Olimpici di Londra, si è avuta una prima apertura verso la partecipazione di atlete provenienti dall’Arabia Saudita, dal Qatar e dal Brunei in competizioni internazionali. Nonostante le donne islamiche siano riuscite ad affermarsi nello sport, dimostrando grande coraggio nell’affermare i loro diritti, non rinunciano ad osservare i dettami imposti dalla loro fede, ovvero indossare vestiti appropriati (secondo i dettami della sharī’a) e chiedere il permesso del loro guardiano maschio (solitamente il padre o il marito). Nonostante ciò, molte atlete musulmane (basti pensare a Sarah Attar, prima donna dell’Arabia Saudita a calcare una pista olimpica) continuano a lanciare forti messaggi di speranza invogliando le giovani atlete a sognare in grande e non arrendersi, dimostrando che non è impossibile raggiungere alti livelli potendo conciliare sport e fede.

Il diritto delle atlete alla parità di opportunità e trattamento è stato riconosciuto anche a livello comunitario. Risale, infatti, al 1985 la prima “Carta europea dei diritti delle donne nello sport” poi trasformata, nel 1987, dal Parlamento di Strasburgo nella “Risoluzione delle donne nello sportal fine di incoraggiare maggiormente la partecipazione delle donne e garantire la parità di accesso alle attività sportive.

 

Ma facciamo un passo indietro…

 

 

La storia ci insegna che, nonostante la strada da fare sia ancora molta, lo sport è stato uno dei percorsi attraverso i quali le donne sono riuscite, in parte, a vincere una difficile battaglia contro le discriminazioni di genere. Infatti, da alcune fonti iconografiche risalenti alla civiltà “minoica”, sviluppatasi attorno all’isola di Creta intorno al 2.300 a.C., si evince che le donne, già dall’antichità, praticassero attività sportiva. 

Ad esempio, in un frammento di pittura parietale presente all’interno del celebre “Affresco del Toreador”, proveniente dal Palazzo di Cnosso, sono state riconosciute due ragazze che saltavano su un toro. Secondo l’interpretazione di Arthur Evans, archeologo scopritore del palazzo, si tratterebbe di due sacerdotesse, o di due fanciulle di nobile estrazione (probabilmente destinate a diventarlo), che si esibivano durante le celebrazioni in onore della “Potnia Theron”, la “Signora degli animali”, celebre divinità femminile dell’Età del Bronzo. Ciò a riprova del fatto che nel mondo minoico, prima dell’affermarsi del patriarcato, fosse esistito un periodo di dominio femminile. Da Sparta invece, giunge notizia del fatto che le donne, tra le varie attività sportive cui si dedicavano, corressero. Inoltre, in molte località dell’Attica venivano celebrate le feste Arkteia, nel corso delle quali le ragazze si dedicavano ad attività fisiche durante un rito in onore di Artemide. 

La prima vera competizione sportiva al femminile risale, però, ai cd. giochi Heraia (creati da Ippodamia, moglie di Pelope, ovvero il fondatore delle Olimpiadi) che si svolgevano ogni quattro anni ad Olimpia e che prevedevano una gara di corsa tra ragazze in onore di Era. Sebbene, generalmente, si tendesse ad attribuire alla corsa femminile il valore di un rito iniziatico al matrimonio, non può negarsi il carattere agonistico di questa gara. Infatti, al termine della stessa era prevista l’assegnazione di premi per le vincitrici, unitamente alla possibilità di collocare all’interno del tempio dedicato ad Era i ritratti delle stesse, recanti i loro nomi. Ciò ha indotto, parte della dottrina, a ritenere che ad Olimpia si celebrassero anche Olimpiadi parallele, riservate solo alle donne. Dall’analisi delle testimonianze e dei reperti storici pervenuti è stato dedotto che, diversamente da quanto creduto per lungo tempo, alle donne greche, in realtà, non fosse precluso svolgere attività sportiva. Non si trattava di semplici passatempi ma di vere e proprie competizioni agonistiche, a riprova del carattere competitivo delle stesse. Si pensi ad esempio al celebre mosaico siciliano, risalente al Terzo – Quarto sec. d.C., rinvenuto nella Villa del Casale di Piazza Armerina, raffigurante dieci ragazze praticare comuni attività sportive quali gioco della palla, corsa, esercizi con i pesi e lancio del disco, alcune delle quali incoronate per aver vinto nel gareggiare contro le altre

 

 

Dulcis in fundo, ad un certo punto della storia romana, ribaltando completamente il punto di vista e le sceneggiature dei più grandi kolossal della storia del cinema, cominciarono a scendere nelle arene, come gladiatrici, anche le donne.

È risaputo che i gladiatori appartenessero al rango dei prigionieri di guerra, dei condannati a morte o ai lavori forzati, oppure che si trattasse di schiavi ai quali veniva imposta quella sorte da parte dei loro padroni. Ciò non toglie che anche persone di stato libero, per svariate ragioni, poiché, ad esempio, in cerca di fama o guadagno, scegliessero di gareggiare. 

Lo stesso dicasi per le donne. Non solo schiave ma anche donne libere magari, talvolta, costrette dalla miseria. La scelta di gareggiare nelle arene, come gladiatrici, era una pratica decisamente interclassista. Non è un caso che le fonti di quegli anni si riferissero a quell’epoca come al periodo della cd. “grande fase di emancipazione delle donne romane”. Indubbiamente, ci troviamo dinanzi ad una figura femminile decisamente incompatibile con la tradizionale visione dell’epoca, poiché l’ideale di donna, la cui condotta veniva tramandata quale esempio di ogni virtù, era quella che al disonore preferiva la morte. Si pensi ad esempio a Lucrezia, celebrata tra le donne più nobili di Roma, la quale, vittima di violenza sessuale, preferisce morire suicida, piuttosto che volere la punizione del suo stupratore. L’ideale di una donna competitiva ed aggressiva si poneva, quindi, in netto contrasto con lo stereotipo di un femminile secondo il quale da un lato, l’onore viene prima della vita e, dall’altro, la competizione ed il rischio sarebbero stati del tutto estranei all’indole delle donne. La presenza di gladiatrici professioniste trova oltremodo conferma all’interno di un rilievo in marmo, risalente al secondo secolo d.c., scoperto a Alicarnasso, in Asia Minore, e raffigurante due gladiatrici che combattono: “Achilla” e “Amazon”.

 

 

Tornando al presente, le discriminazioni che le atlete ancora oggi  sono costrette ad affrontare non riguardano solamente l’aspetto fisico, essendo evidente il pesante divario esistente in termini economici e di effettività della tutela delle prestazioni di lavoro sportivo, dovuto, in gran parte, alle lacune presenti a livello normativo. 

Il professionismo sportivo in Italia, infatti, è regolato dalla Legge 23 marzo 1981, n. 91 e l’articolo 2 della legge in questione rimette alle federazioni la scelta di riconoscere o meno tale “status” a favore degli/delle atlet* (a condizione che prestino un’attività sportiva retribuita e con continuità, nelle discipline regolamentate dal Coni). Tutt’oggi le atlete (ed i campionati femminili) non sono riconosciute quali “professioniste” e non godono delle stesse forme di tutela e garanzia previste dalla legge a favore dei colleghi uomini. Persino alcune delle più grandi atlete italiane di fama mondiale, come la nuotatrice Federica Pellegrini o la calciatrice Sara Gama, ad oggi non sono formalmente professioniste. Di conseguenza, essendo relegate a categorie dilettantistiche, non viene garantita alle donne alcuna assicurazione sanitaria ed inoltre le atlete sono sprovviste di tutela in caso di invalidità. I loro rapporti con le società sportive sono regolati da accordi economici che prevedono esclusivamente la possibilità di un rimborso, osservando le seguenti modalità: 

 

  • rimborso spese e indennità di trasferta, di ammontare massimo pari a 61,97 o 77,47 Euro al giorno (a seconda che si tratti del periodo di preparazione o della stagione agonistica)
  • rimborso forfettario annuale (diviso in 10 mensilità) dell’importo massimo di 30.658 Euro con la possibilità di un ulteriore bonus in caso di accordo economico pluriennale (massimo tre anni).

 

Escludendo, quindi, l’esistenza di qualsiasi forma di lavoro subordinato, le atlete non hanno diritto a contributi pensionistici ed, in caso di maternità, ad alcuna forma di tutela, per non parlare poi dei numerosi casi in cui ciò espone i loro accordi economici al rischio di risoluzione e delle clausole “cd. anti – gravidanza” che spesso si ritrovano all’interno delle scritture private sottoscritte dalle atlete. Infatti, come evidenziato, gli accordi raggiunti tra società sportive e atlete, di qualunque disciplina e a qualunque livello, non sono contratti di lavoro ma accordi privati e di norma contengono clausole che ne legittimano la risoluzione in caso di maternità. Un esempio tra tutti, l’eclatante caso di Lara Lugli. L’ ex schiacciatrice del Volley Pordenone, infatti, all’inizio del 2021 è stata citata per danni dalla sua ex squadra per non aver detto di volere dei figli al momento della stipulazione dell’accordo, che, tra l’altro, si è sciolto proprio per l’effetto di una delle suddette clausole.

Un primo passo in avanti verso la tanto agognata transizione al professionismo sportivo delle atlete proviene dal mondo del calcio che in Italia (e non solo) ha lanciato i primi segnali verso l’eliminazione delle differenze di genere. Risale a febbraio 2022 la notizia della vittoria della nazionale di calcio femminile degli Stati Uniti, che è riuscita ad ottenere il riconoscimento della parità di retribuzione con la squadra maschile dopo ben 6 anni di battaglie.

Un forte incentivo, a livello normativo, proviene, inoltre, da un emendamento alla Legge di Bilancio del 2020 che ha predisposto misure volte a favorire condizioni necessarie all’introduzione e allo sviluppo del professionismo femminile. Tale emendamento, prevedendo uno sgravio totale dei contributi a carico delle società sportive, incentiva le federazioni ad equiparare le atlete agli atleti ed estendere loro tutte le tutele inerenti alle prestazioni di lavoro sportivo, già riconosciute ai colleghi uomini. Quindi, quegli oneri previdenziali che, da sempre, sono stati considerati il reale ostacolo al riconoscimento dello status di “professionista” delle donne, saranno a carico dello Stato, nel limite di 8000 Euro all’anno per individuo, per i prossimi tre anni.

Il termine entro cui le Federazioni sportive sono state chiamate a porre in essere azioni concrete a favore delle atlete italiane, potendo presentare istanza per accedere ad un fondo per il professionismo negli sport femminili (istituito dal Decreto legislativo n.36 del 28 febbraio 2021), è ormai scaduto, essendo stato fissato al 2 marzo 2022. Condizione per l’accesso al fondo è la preventiva deliberazione, da parte delle Federazioni sportive, del passaggio al professionismo sportivo di campionati femminili, passaggio che dovrà essere completato, in via definitiva, entro il 31 dicembre 2022. Al momento, solo il calcio sembra aver fatto un primo grande passo in avanti per consentire alle atlete italiane di coltivare il proprio talento in condizione di sempre maggiore parità con i colleghi maschi. Inoltre, i recenti interventi normativi hanno previsto l’obbligo per le Regioni, le province autonome ed il Coni di introdurre misure concrete volte a promuovere la parità di genere e favorire la rappresentanza femminile nei ruoli di gestione e di responsabilità delle organizzazioni sportive. Tale misura viene accolta con grande entusiasmo, considerando che i dati inerenti alla rappresentanza femminile all’interno delle Federazioni italiane sono piuttosto desolanti. Infatti, su 44 Federazioni, solo una è capeggiata da una donna, ovvero la FIGS (Federazione Italiana Gioco Squash) che, a marzo 2021, ha eletto sua presidente Antonella Granata.

Oltre alla necessità di estendere l’ambito di applicazione delle tutele assicurative e assistenziali, appare necessario intervenire al fine di colmare le lacune esistenti in termini di partecipazione femminile alle competizioni internazionali di maggior rilievo, quali ad esempio le Olimpiadi. I dati registrati a Tokyo 2021 (con l’incoraggiante percentuale del 49% di presenze femminili) fanno ben sperare verso il raggiungimento di una parità effettiva, fissata quale obiettivo dal Comitato Olimpico Internazionale, ai Giochi Olimpici di Parigi del 2024. 

C’è da dire che, il percorso di emancipazione femminile nello sport, è approdato a significativi risultati a partire dagli anni Settanta e Ottanta dell‘800, ovvero quando le atlete sono riuscite a ritagliarsi un ruolo importante in discipline sportive prima a loro “estranee”, praticate quasi in esclusiva dagli uomini. Inizialmente, tale partecipazione, era appannaggio di una “concessione” del mondo maschile, e ciò non faceva altro che rimarcare il carattere subalterno della donna. Le donne che potevano praticare sport ad alti livelli e disputare competizioni costituivano però ancora dei casi isolati. Solo a partire dal ‘900 si è registrata un’effettiva apertura alla partecipazione femminile, anche se in maniera non ufficiale, a gare di tennis, croquet, golf e vela, mentre nel 1921 si tennero a Montecarlo i primi Giochi Mondiali Femminili. La prima donna che è riuscita a dare un grande scossone a favore della partecipazione femminile alle gare olimpiche è Alice Milliat. Da sempre definita pioniera dello sport femminile organizzato, è a lei che si deve, infatti, l’ingresso definitivo delle donne nello scenario sportivo nazionale ed internazionale. Dopo aver organizzato in Inghilterra il primo torneo di calcio femminile della storia, nel 1921 sfida apertamente il Movimento olimpico del maschilista Barone De Coubertin (fondatore dei giochi olimpici moderni nel 1896 ed autore della dichiarazione secondo cui “ai giochi olimpici, il ruolo della donna dovrebbe essere soprattutto quello di incoronare i vincitori”), dando vita alle prime olimpiadi femminili sotto l’egida della FSFI (Federazione sportiva femminile internazionale) cui partecipano cinque delegazioni di Francia, Gran Bretagna, Italia, Norvegia e Svizzera. Nel 1922 organizza una seconda competizione internazionale che si allarga anche a Belgio e Cecoslovacchia, registrando un gran numero di spettatori/spettatrici. Nonostante ciò, non riesce ad ottenere un riconoscimento ufficiale da parte del Comitato Olimpico ed, in risposta, organizza ancora più in grande i Giochi Olimpici Femminili di Parigi nel 1922 con ben 77 atlete e 20000 spettatori/spettatriciUn’altra sorprendente storia di emancipazione è rappresentata dall’utilizzo della bicicletta. Mentre oltreoceano il protestantesimo si mostrava molto più elastico e tollerante del cattolicesimo europeo nei confronti dell’utilizzo di questo mezzo di locomozione, in Italia veniva considerato persino “diabolico”. Il primo campionato di ciclismo del mondo femminile ha avuto luogo nel 1896 in Belgio, ad Ostenda. In Italia, la prima gara femminile di ciclismo è stata disputata a Genova nel 1894, ma la piena diffusione dell’utilizzo della bicicletta tra le donne avverrà solo nel primo dopoguerra. Un altro anno da ricordare è il 1928, poiché, ad Amsterdam, per la prima volta nella storia dei giochi olimpici, le donne furono ammesse alle gare di atletica leggera. A Berlino, invece, nel 1936, vennero istituite competizioni femminili negli ambiti principali ma si è dovuto attendere il 2012 poiché, solo alle Olimpiadi di Londra, si è ottenuta la partecipazione delle atlete in tutte le discipline, anche nel pugilato femminile. Le Olimpiadi cinesi di Pechino del 2008 verranno ricordate, invece, come quelle in cui le azzurre ottennero gli stessi ori dei colleghi uomini.

 

 

In conclusione, la possibilità di partecipare ad un’attività agonistica sportiva ha consentito alle donne di raggiungere un ulteriore traguardo nel corso della lunga marcia verso quella parità di genere riconosciuta a livello giuridico ma non ancora adeguatamente sul piano sociale ed economico. Del resto, non sarà mai possibile agognare una parità effettiva finchè non si riuscirà a sradicare del tutto quei bias che, nel corso del tempo, si sono profondamente stratificati all’interno delle coscienze collettive. 

Un primo passo verso quest obiettivo, come riportato da John Brenkus nel suo Ted Talk “Why girls and boys should play sports together”, è dato dai risultati ottenuti all’esito di uno studio condotto su campioni mondiali, sia uomini che donne, che hanno dimostrato che la regola del “bigger, stronger equal faster” non è assolutamente garanzia di successo in campo sportivo. Vi sono, infatti, altre qualità, spesso sottovalutate, come ad esempio l’agilità, che giocano un ruolo fondamentale nella performance sportiva degli/delle atlet*. Le corporature più robuste, inoltre, sono esposte a maggiori rischi in caso di cadute. 

La verità è che lo sport non è una questione di forza ma di energia, di quell’energia che, dalla terra, passando per il corpo degli/delle atlet*, viene rilasciata nell’aria, e l’efficacia di questo processo non è assolutamente influenzata dalla differente conformazione del corpo delle donne e degli uomini. Anche se, da un punto di vista fisico, gli uomini potrebbero apparire più veloci, non è detto che poi siano degli atleti migliori. Infatti, il corpo femminile appare strutturato in modo da performare meglio nel corso di gare di resistenza. Quindi, non esistono ragioni biologiche per giustificare la suddivisione degli sport in diverse categorie di genere. Gli uomini e le donne non dovrebbero partecipare a competizioni sportive separate, poiché la conformazione fisica femminile non impedisce loro di gareggiare insieme ai colleghi uomini, nello stesso campo, con le stesse regole.

Sarà forse questo il prossimo passo verso l’effettiva eguaglianza di atleti e atlete?!?  

 

Fonti:

  • John Brenkus_Ted Talk “Why girls and boys should play sports together”

          https://www.ted.com/talks/john_brenkus_why_girls_and_boys_should_play_sports_together

 

  • https://www.anasitalia.org/islam-e-sport/

 

  • Eva Cantarella, Ettore Miraglia, “Le Protagoniste. L’emancipazione femminile attraverso lo sport”, Feltrinelli, 2021.

 

  • https://www.agi.it/fact-checking/atlete_professionismo_manovra-6728141/news/2019-12-13/

 

  • https://www.ilsole24ore.com/art/sport-femminili-fondo-11-milioni-professionismo-e-tutele-lavoro-ADjpvVRB

 

  • https://luce.lanazione.it/sport-e-maternita-un-binomio-ancora-impossibile-la-battaglia-atletaemamma-per-cancellare-il-tabu/

 

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