CHI ARBITRA? DONNE ED ARBITRAGGIO: UN BINOMIO POSSIBILE

A cura di: Alessia Vitale

 

Qual è la differenza tra un arbitro uomo e un arbitro donna dal punto di vista della gestione di una partita?

A questa, come a tante altre tante domande sul Movimento Arbitrale Femminile, ha dato risposta Katia Senesi (componente del Comitato Nazionale dell’Associazione Italiana Arbitri) nella rubrica organizzata dall’A.I.A con l’obiettivo di soddisfare le richieste di curios*.

 

Ebbene, come ci aspettavamo, la risposta è: nessuna!

 

Sebbene non possa negarsi che, da un punto di vista biologico e morfologico, gli uomini e le donne siano divers*, l’obiettivo perseguito in campo è lo stesso: “arbitrare bene, al meglio delle loro possibilità”. 

Solo dal punto di vista emotivo, secondo la Senesi, sono riscontrabili sottili sfumature di distinzione nello stile. A suo avviso, infatti, le donne sono più inclini ad assumere atteggiamenti meno aggressivi e ciò le aiuterebbe a disinnescare più facilmente focolai di tensione tra gli avversari.

Tale aspetto caratteriale, unitamente ad una maggiore naturalezza nella gestione dei conflitti, rappresenta, indubbiamente, un punto a favore dell’arbitrato femminile. 

Di recente, il mondo del calcio ha segnato un primato nella storia dei campionati mondiali con l’inclusione di ben sei donne (tre arbitre ed altrettante guardalinee) nell’elenco ufficiale degli/delle arbitr* della FIFA per la prossima Coppa del Mondo in Qatar

 

Come affermato dal capo dell’arbitraggio FIFA, Pierluigi Collina: 

 

“si conclude un lungo processo, iniziato diversi anni fa, con il dispiegamento di arbitri femminili nei tornei junior e senior maschili FIFA”

L’accesso delle donne alle massime categorie e conseguentemente ai migliori stipendi disponibili resta tuttavia ancora disseminato di ostacoli. Le differenze di genere sono alla base degli squilibri di ingresso nelle posizioni e costituiscono la vera ragione per cui uno stipendio identico, dati alla mano, risulta nei fatti molto meno equo.

 

 

Arbitraggio femminile e parità di genere: a che punto siamo?

 

La piccola recente conquista raggiunta dall’arbitrato femminile (che nel 2021 ha visto la prima direttrice di gara donna arbitrare una partita con una squadra di Serie A, Cagliari-Cittadella) ha aperto uno squarcio nel panorama calcistico, conducendo al grande traguardo che ha portato Maria Sole Ferrieri Caputi a segnare nuovamente la storia del calcio italiano. La prossima stagione calcistica avrà, infatti, la prima arbitra donna a dirigere una partita di Serie A.

Probabilmente, i/le più appassionat* ricorderanno che è stato necessario attendere la fine degli anni ‘80 perchè una donna potesse dirigere un incontro di calcio maschile (Colonnata – Fiorenza, campionato UISP) ed il culmine degli anni ‘90 per ottenere la prima direzione femminile di gara in una massima serie europea.

Dopo anni di lotte in cui le donne hanno richiesto, a gran voce, il riconoscimento dell’eguale capacità di svolgere il lavoro di arbitra, questo traguardo segna il culmine di un lungo processo costellato da piccole ma significative vittorie che hanno condotto all’esordio di altre donne in serie minori (Maria Marotta – Serie B) ovvero in campionati stranieri (Rebecca Welch – Premier League) ed internazionali (Stéphanie Frappart – Champions League).

Sulla falsariga del mondo del calcio italiano, anche altri sport di squadra, tra i quali l’hockey, hanno mostrato recenti aperture verso l’arbitrato femminile e, per la prima volta nella storia della finale di Super Bowl (la lega professionistica statunitense di football americano), la sua 55esima edizione ha visto la presenza di una donna arbitra, Sarah Thomas. 

Nonostante ciò, resta ancora forte l’ostruzionismo palesato in numerosi ambienti sportivi.

Ad esempio, tra i ranghi arbitrali della Major League Baseball (il più alto grado del baseball americano), non vi è alcuna donna e proprio il mondo del baseball è stato oggetto, nel 1972, di un episodio increscioso (finito persino in tribunale) che ha coinvolto la Lega newyorkese per aver escluso una rappresentanza femminile dalla direzione di gara in ragione del linguaggio scurrile utilizzato in campo e per la destinazione esclusivamente maschile degli spogliatoi.

Tornando al nostro Paese, la notizia dell’ingresso di Maria Sole Ferrieri Caputi nella storia del calcio italiano ha acceso nuovamente i riflettori sulla questione della femminilizzazione dei termini della lingua italiana legati alle professioni.

 

 

Maschile, femminile o neutro?

 

Nel corso di un’intervista rilasciata ad una delle principali testate nazionali, Maria Sole Ferrieri Caputi ha infatti dichiarato di voler lasciare la grammatica italiana fuori dalle questioni di genere, ritenendo che non sarebbe di certo il cambio di una vocale a rimediare allo squilibrio esistente nell’accesso alle professioni. L’esigenza di sottolineare che una carica professionale sia rivestita da una donna – a suo avviso – non farebbe altro che rimarcare l’assenza di parità. Parità che potrà dirsi effettivamente raggiunta solo quando notizie del genere, come quella di una direzione di gara al femminile, non faranno più scalpore nell’opinione pubblica.

Diverse le opinioni che si contrappongono all’interno della discussione pubblica su quella che appare essere una questione tutta italiana, essendosi ormai attestata quale prassi consolidata all’estero.

La declinazione dei nomi delle professioni al femminile è ormai un trend consolidato in fatto di scelte lessicali nell’ambito del linguaggio comune adottato dai/dalle cittadin* delle principali potenze europee, mentre l’Inghilterra, con la complicità di una lingua meno binaria, ha risolto l’annosa questione ricorrendo all’utilizzo di connotazioni femminili (espresse attraverso l’uso di appositi termini quali “lady” o “woman”) nella descrizione del titolo della professionista, al fine di correggerne l’accezione grammaticale neutrale. Ma questa soluzione proprio non piace a quelle donne che non vedono di buon occhio la necessità di evidenziare il genere di una professionista, poiché una “woman journalist” non farebbe altro che sottintendere l’eccezionalità di una rappresentanza al femminile in campi a predominanza maschile.

In Italia, la declinazione al femminile delle professioni è spesso stata utilizzata quale strumento per rivendicare conquiste di genere, ed è ancora al centro di forti polemiche alimentate dai puristi della lingua italiana, anche se la vera battaglia non riguarda la grammatica quanto, piuttosto, i pregiudizi legati al genere.

Del resto, i numerosi tentativi fatti da quelle donne che, rivestendo cariche pubbliche, vorrebbero l’affermarsi di una nuova consuetudine lessicale che le veda definite al femminile, hanno ottenuto il vaglio dell’Accademia della Crusca, la quale ha ribadito che talune resistenze sono in realtà dovute, più o meno celatamente, a ragioni di matrice culturale.

Ciò conferma che un problema di natura apparentemente lessicale (spesso giustificato da una presunta bruttezza delle nuove forme declinate al femminile) nasconde, in realtà, tutti i pregiudizi che nascono non appena una donna conquista un ruolo di potere poiché, ad esempio, l’utilizzo di termini quali “ministra” o “sindaca” continua ad innescare polemiche che, diversamente, l’impiego di parole quali “professoressa” o “commessa” non hanno mai generato.

La convinzione che la forma maschile possa essere utilizzata anche per descrivere professioni femminili riflette altresì i retaggi culturali legati ad una lingua prevalentemente androcentrica, scontrandosi con le sue basi grammaticali, poiché non considera l’esistenza del genere femminile e delle sue regole, secondo cui tutte le forme maschili hanno un corrispondente femminile e il genere grammaticale deve riflettere il genere sessuale.

Dai sostantivi agli articoli, passando per i pronomi e gli aggettivi la nostra lingua richiede che siano declinati per genere, tagliando fuori tutto ciò che non è ascrivibile a questo rigido dualismo.

Ma ciò che forse non abbiamo considerato è che tale dicotomia rende invisibile chi non si identifica in alcun genere, discriminando numerose categorie di persone.

Quindi, fermiamoci un attimo a riflettere…

Siamo ormai consapevoli che il sesso biologico non sempre equivale al genere.

Che sia arrivato, piuttosto, il momento di introdurre nella lingua italiana un terzo genere “neutro”?

 

       Fonti:

  • https://www.aia-figc.it/news/parla-con-noi-katia-senesi-risponde-alle-domande-sul-movimento-arbitrale-femminile-19776/
  • https://sport.sky.it/calcio/mondiali/2022/05/19/mondiali-2022-arbitri-donne-italiani
  • https://www.eurosport.it/calcio/serie-a/2022-2023/chi-e-maria-sole-ferrieri-caputi-primo-arbitro-donna-in-serie-a-debuttera-nella-stagione-2022-23_sto9011824/story.shtml
  • https://www.ilbollettino.eu/2022/06/21/la-lotta-gender-degli-stipendi-sportivi-in-serie-a-arriva-il-primo-arbitro-donna/
  • https://www.corriere.it/sport/21_dicembre_17/maria-sole-ferrieri-caputi-arbitro-0589f3ac-5eb1-11ec-bd4c-ff71c0b97a67.shtml
  • https://alleyoop.ilsole24ore.com/2017/04/28/le-professioni-hanno-un-genere/
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