Quando cambiare lavoro e il fenomeno del Job Hopping

Se siete nate prima della metà degli anni ’90 è molto probabile che siate cresciute con l’immagine del posto fisso nel vostro futuro: fino a qualche tempo fa, infatti, l’obiettivo finale era spesso quello di trovare un buon posto di lavoro una volta usciti dalla scuola e dall’università, nel quale crescere e stabilizzarsi, dando così possibilità di concentrarsi su altre priorità legate alla propria vita privata, come il costruirsi una famiglia, dedicarsi ai propri hobbies etc.

 

 

UNA REALTÀ LAVORATIVA DIVERSA RISPETTO AL PASSATO

Presto o tardi però, in base a quando vi siate approcciate per la prima volta al mondo lavorativo, è stato necessario lo scontro con la realtà dei fatti, e cioè che oggi la situazione è ben diversa: il mondo del lavoro ha subìto, negli ultimi anni, delle profonde trasformazioni, complici in particolare la crisi economica iniziata nello scorso decennio, che ha portato alla maggiore diffusione di contratti lavorativi a breve termine, e una maggiore fruibilità delle informazioni tramite internet, che rende più semplice la ricerca di lavoro e di personale.

Vi è inoltre una nuova mentalità nel lavoratore e lavoratrice odierni: rispetto al passato si è meno fedeli alla propria azienda e meno interessati agli scatti di anzianità. Allo stesso tempo, però, è aumentata la ricerca del senso di autorealizzazione nel lavoro, pretendendo quindi di più da esso: che sia un ruolo più coerente al percorso di studi fatto, un maggiore equilibrio tra vita professionale e vita privata o ancora semplicemente uno stipendio più alto e possibilità di far carriera più velocemente.

 

 

 

LE NUOVE GENERAZIONI E IL JOB HOPPING

Sempre più persone, quindi, cambiano i propri posti di lavoro più spesso e quando questa pratica avviene a solo un anno o al massimo due da un’assunzione viene definita “Job Hopping” (che si può tradurre come “saltellare da un lavoro all’altro”).

Nei Paesi economicamente più avanzati è ormai un comportamento consolidato, soprattutto tra le nuove generazioni: da una recente ricerca di Deloitte, infatti, si è visto come su circa diecimila persone intervistate di 36 Paesi diversi, rientranti nella generazione Y (i così detti “Millennials”), il 43% ha affermato di essere pronto a cambiare il proprio attuale lavoro entro massimo due anni. Tra le motivazioni di queste decisioni vi è sicuramente la volontà di ottenere uno stipendio più alto, ma non solo: anche l’essere poco motivati e stimolati dall’attuale situazione lavorativa e il volersi mettere alla prova in nuovi ambienti sono fattori che spingono a non fermarsi troppo in un dato posto di lavoro.

Quella del job hopping è dunque una nuova strategia che genera dei miglioramenti effettivi nella costruzione del proprio percorso di carriera: cambiare comporta il rimettersi in gioco, dà una scossa alla routine vivendo situazioni nuove e riduce lo stress prodotto dal dover scendere sempre a compromessi con realtà aziendali con cui non ci si sente d’accordo a livello di pensiero, etica e valori.

 

 

 

OGNI QUANTO CAMBIARE LAVORO E I PRO E CONTRO

Essendo la ricerca, formazione e crescita di nuove figure professionali un costo molto alto per l’azienda, in passato un candidato “job hopper” poteva far più fatica a venire assunto, venendo percepito come poco affidabile: le aziende preferivano “rischiare” meno, scegliendo personale che dimostrava di essere fedele al proprio posto di lavoro, rivelandosi così un vero investimento, sia in termini di tempo speso per assumerlo, che di denaro per farlo crescere e formarlo.

Oggi per fortuna il job hopping non è più così mal visto, anche se dipende ancora molto dall’ambito professionale in cui ci si trova: in alcuni ambienti di lavoro, infatti, vi sono ancora dei pregiudizi, ma in altri, come ad esempio nel mondo della grafica e pubblicità, delle nuove tecnologie e nel mondo delle start up, il cambiare spesso viene visto come prova di flessibilità e determinazione.

Quale che sia la motivazione che lo fa muovere, il job hopper dimostra una forte capacità all’adattamento in nuovi contesti, un ricco background di conoscenze, anche in diversi campi, e abilità nel crearsi un ampio bacino di conoscenze, che possono portare ad ulteriori contatti futuri con nuove opportunità lavorative.

Anche negli ambienti in cui il job hopping è più accettato, comunque, non bisogna esagerare nel praticarlo ed è consigliabile seguire questi principi di base. 

 

  • non cambiare datore di lavoro prima di aver raggiunto due anni alle sue dipendenze

 

  • non cambiare più di tre lavori in dieci anni.

 

  • tener conto della propria età e livello professionale: è più accettabile, infatti, che una persona cambi spesso il proprio posto di lavoro quando è all’inizio della propria carriera, in una situazione cioè in cui è più facile essere ancora alla ricerca della propria strada. Man mano che aumenta la propria esperienza e “anzianità”, invece, i recruiters sono meno comprensivi, perché ci si aspetta dal candidato una maggiore comprensione delle proprie capacità e interessi professionali.

 

Queste sono comunque regole che non sempre valgono, poiché ogni caso è poi a se stante. E’ però importante essere coscienti che numerosi cambiamenti di datori di lavoro segnalati sul CV facciano scattare domande specifiche in sede di colloquio circa la loro motivazione, a cui bisognerà rispondere in modo da dimostrare di voler lavorare in realtà in cui si possano accrescere le proprie conoscenze. Dar prova, insomma, di essere affidabili e di meritarsi la fiducia da parte della nuova azienda.

 

Per questo, quindi, può essere sensato inserire come ulteriore regola quella di restare nel proprio luogo di lavoro quel tanto che basta per acquisire una o più nuove skills, da far figurare poi nel cv, così da dimostrare l’interesse nell’apprendere nuove conoscenze, anche in realtà aziendali in cui non ci si sente totalmente a proprio agio.

 

Scritto da Beatrice Omaggio