A cura di Veronica Buonocore

 

Il filo conduttore dell’episodio di oggi della rubrica “Pillole di Advocacy” è quello della maternità e delle sue diverse sfumature.

Anzi, invece di parlare di maternità al singolare come significato universale, dato che nel nostro viaggio incontreremo madri molto diverse fra loro, faremo riferimento a modi diversi di essere madre, che spesso poco hanno a che fare con il portare un/una figli* in grembo.

Tenendo bene a mente quanto segue.

La maternità non è un passaggio obbligato dell’esistenza femminile ma una scelta; finché non saremo tutt* in grado di assimilare questo assunto e slegare la donna dallo scopo intrinseco e connaturato di dover essere madre, accettandola come essere umano a sé stante come solitamente avviene per gli uomini, che non sono mai per forza padri, non potremo mai rivendicare il raggiungimento di una compiuta parità fra i sessi.

 

I Grandi Classici: Amatissima – Toni Morrison

“Amatissima” è un libro necessario.

Dico davvero, deve immediatamente trovare un posto nella vostra libreria, se non vi è già.

È una di quelle storie che si appiccicano dentro e non ti lasciano più, è come se al libro fosse attaccata una gigantesca bubblegum che ti impedisce di abbandonarlo sul comodino.

È un bicchiere bevuto tutto d’un fiato in un’afosa giornata estiva.

Sembra non bastare mai.

Ti invischia nella sua tela e non ti lascia fuggire.

Nonostante il dolore acuto che provi mentre ne scandisci ogni sillaba.

Ogni parola è centellinata, selezionata con cura e quando la leggi si deposita come un macigno sul cuore.

Toni Morrison entra nell’anima, perché sa scegliere le parole, le mastica e poi ne sputa il nocciolo.

E tutto sembra perfettamente al suo posto.

Non vi è nulla di più, né di meno.

Dopo aver letto “Amatissima” sono rimasta per ore sdraiata sul letto, gli occhi sbarrati.

È stupefacente il modo in cui la Morrison ci racconta l’orrore della schiavitù.

Non direttamente, la parola schiavitù non viene infatti quasi mai menzionata nel romanzo ma ne percepiamo tutta l’atrocità attraverso ricordi e flashback che affiorano nella mente di Sethe, protagonista e voce narrante del racconto, che riesce ad affrancarsi dal giogo della schiavitù, scappando dalla piantagione in cui era stata confinata con in grembo la propria figlia, e a raggiungere una piccola cittadina dell’Ohio ormai libero dopo la fine della guerra di secessione.

Attraverso piccoli lampi di memorie distruttive e sferzanti capiamo come la donna, seppur fisicamente libera, sia irrimediabilmente guasta, vestita di traumi, rappresentati simbolicamente dall’albero di cicatrici cresciutole sulla schiena dopo le frustate subite quotidianamente, e privata per sempre di un’identità, la de-umanizzazione di cui è stata oggetto e testimone non potrà mai essere cancellata.

Il non detto in “Amatissima” urla prepotentemente, la crudeltà e l’orrore colpiscono in faccia il lettore con brutalità e franchezza.

Non si tratta tuttavia solo di un romanzo di denuncia sulla schiavitù, che prende comunque spunto da un fatto di cronaca realmente accaduto nel 1855.

Nonostante le atrocità subite, Sethe conserva infatti dei battiti di vitalità, e la fiammella che alimenta il suo cuore pulsante è l’amore carnale e disperato per la figlia “Beloved”, colei che dà il titolo al romanzo.

Ed ecco il secondo asse portante del racconto, la maternità, descritta come l’esperienza per eccellenza, anche se con toni tutt’altro che zuccherosi ed edulcorati; un miracolo sì, che come dona la vita contiene in sé anche la possibilità di toglierla.

Una forza vitale che attorciglia le viscere e squarcia corpo e anima, come confessa la stessa Sethe:

Che Dio me ne scampi, pensò. A meno d’essere irresponsabili, l’amore materno era micidiale.

L’essere madre di “Beloved” è per Sethe il solo barlume di umanità che nulla è riuscito a strappare, l’unica cosa che sembra ancora avere un senso, e Sethe vi si aggrappa visceralmente con gli ultimi brandelli di forza che le restano, in un’elegia della maternità e dei suoi lati oscuri.

Un sentimento così forte ed estremo, che trasforma l’amore in ossessione e ottenebra la mente della donna, portandola a compiere il gesto più sacrilego di tutti proprio in nome di quel troppo amore (no spoiler, leggete il libro e capirete di cosa stiamo parlando!).

Toni Morrison ci vuole raccontare che non solo la schiavitù ma anche la maternità è possesso.

La maternità è un’indigestione di amore, sembra volerci dire l’autrice, una relazione tossica e simbiotica che fagocita la prole in un rifugio sicuro, in cui la madre confonde l’amore con il possesso e la proprietà.

A causa dei traumi subiti dalla società schiavista, che strappava i/le bambin* alle madri schiave per stabilire una distanza emotiva, considerandol* proprietà dei padroni al pari dei genitori, Sethe si aggrappa disperatamente alle figlie che le sono rimaste e non riesce a instaurare una relazione equilibrata con loro, è patologicamente affetta da troppo amore che straborda i confini.

Ciò che altresì colpisce particolarmente della narrazione è il fatto che l’autrice, pur rendendoci consapevoli della follia di Sethe, non giudica mai l’atteggiamento patologico della protagonista, limitandosi a scandagliare la psiche femminile.

Non è una lettura semplice, tutt’altro.

Seguire il filo narrativo è piuttosto complesso perché il linguaggio utilizzato dalla Morrison è ruvido e stratificato, sovrappone spazi e tempi, la dimensione reale si confonde con quella immaginifica.

Ma credetemi, ne vale davvero la pena.

E non solo perché Toni Morrison è in prima persona esempio di una donna che ha abbattuto diverse barriere: un debutto letterario a 40 anni, a riprova del fatto che non è mai troppo tardi per avere il coraggio di dare la direzione che desideriamo alla nostra vita, e la prima donna afroamericana a vincere il premio Nobel per la letteratura nel 1993.

“Amatissima” colpisce soprattutto per la profondità del pensiero e la sua contemporaneità, ci scuote e fa riaffiorare una storia che si vorrebbe dimenticare, lo spettro che ancora oggi ossessiona l’America e che è invece necessario ricordare e tramandare.

Una storia che, usando le parole della stessa Toni Morrison, “it was not a story to pass on” – non si poteva ignorarein memoria dei sessanta milioni o più di africani che morirono deportati negli Stati Uniti fino a quando la schiavitù non venne dichiarata illegale e a cui è dedicato il romanzo, che per troppo a lungo sono rimasti nell’oblio.

E credo proprio che Toni Morrison sia riuscita nel suo intento: è un viaggio struggente che, una volta intrapreso, è impossibile dimenticare.

 

Titolo: Amatissima

Autrice: Toni Morrison

Editore: Pickwick

Anno di edizione: 2013

 

Femminismi Contemporanei: La Figlia Unica – Guadalupe Nettel

“La Figlia Unica” mi ha lasciata perplessa.

Piena di domande e con poche certezze.

Con una prosa asciutta e scorrevole, Guadalupe Nettel, tra le più apprezzate scrittrici contemporanee latinoamericane, esplora con originalità il tema della maternità e soprattutto le diverse sfaccettature dell’essere madre.

Terreno scivoloso ma che viene trattato con grande maestria dall’autrice, senza scadere mai nel banale e nel buonismo, raccontandoci con onestà disarmante storie vere e dilemmi contemporanei.

Sullo sfondo, a fare da cornice al racconto, un affresco del Messico in tutte le sue contraddizioni, dai grattaceli moderni in cui sono ubicate cliniche private accessibili solo a poch* privilegiat* alle distese di bidonville, permeato da un diffuso sentimento di diritti negati e violenza nei confronti del sesso femminile.

Le 3 donne che animano il racconto sono tutte in un modo o nell’altro legate dal filo della maternità, di cui non ci viene fornita la solita narrazione idilliaca e piena di retorica paternalista ma un punto di vista autentico e scevro da stereotipi.

Dopo una vita passata a ignorare il richiamo della maternità, Alina inizia a desiderarla ardentemente, e lotta instancabilmente per riuscire a restare incinta, intraprendendo un percorso a ostacoli di terapie e fecondazione assistita, fino a quando riuscirà a realizzare il suo sogno ma la sorte le si rivolterà contro nel modo più doloroso e crudele possibile, ponendola di fronte alla sfida più difficile da affrontare: la malattia della propria figlia.

Doris madre lo è già ma ha deciso di abdicare al suo ruolo e di non prendersi cura del figlio, in balia di un destino traumatico che sembra già scritto per entrambi e che le sta risucchiando energia e vitalità, lasciandola depauperata del tempo da dedicare a sé stessa per guarire dalle ferite di un amore violento.

E poi c’è chi come Laura, l’io narrante del libro, sceglie consapevolmente di rinunciare alla maternità, ammettendo candidamente che togliere tempo e spazio a sé stessa per curarsi di un altro essere vivente l’avrebbe resa infelice, il che le costa la diffidenza e l’incomprensione prima di tutto di sua madre, con cui non riesce a costruire una relazione onesta, e poi della società, che vede nell’essere madre la funzione principale di ogni donna, giudicando ancora pesantemente quelle che decidono di deviare da un percorso preconfezionato.

Laura è intimamente convinta della sua scelta e la sua voce ci regala alcune delle riflessioni più oneste e intime del romanzo, come quando ammette senza fronzoli di

non voler cedere alle pressioni di una societàprogettata in modo tale che siamo noi, e non gli uomini, a prenderci cura dei figli”,

al punto da compiere il gesto definitivo di farsi legare le tube.

Tuttavia, come spesso accade, il destino le riserverà una sorpresa a pochi passi dall’uscio di casa, rendendola improvvisamente conscia del fatto che si può anche essere madre di un figlio non proprio.

Proprio come il cuculo, uccello che viene raffigurato sulla copertina del libro e il cui parassitismo di cova è la metafora portante del racconto; le femmine del cuculo, infatti, covano le uova lasciate da altre specie di uccelli come se fossero proprie, prendendosi cura dei futuri pulcini anche se non appartengono alla stessa specie, a dimostrazione che famiglia può essere qualsiasi persona o situazione che ci faccia sentire amati e in un rifugio protetto.

Ed è sempre Laura che col suo sguardo ci pone di fronte a una serie di interrogativi, alcuni anche decisamente disturbanti e scomodi, proprio come la vita stessa.

Quanto ancora i condizionamenti esterni influiscono sulla scelta delle donne di mettere al mondo dei/delle figli/figlie?

Esiste un solo modo di essere madri, che possa definirsi universalmente giusto, come la società vorrebbe farci credere, oppure la maternità è un’esperienza puramente soggettiva e non incasellabile in stereotipi predefiniti?

Una madre che ammette di essere esausta e che rivendica lo spazio per sé, abdicando temporaneamente ai compiti di cura della prole, è necessariamente una cattiva madre, oppure è semplicemente imperfetta, proprio come qualsiasi altro essere umano può ammettere di essere senza sentirsi schiacciato dal senso di colpa genitoriale?

Si può essere madri senza avere figli/figlie propri/proprie, abbracciando una concezione fluida e accogliente di maternità, che prescinde dalla semplice biologia?

Arrivat* alla fine del libro, non troverete una risposta a questi quesiti ma vi porterete a casa innumerevoli spunti di riflessione.

Per parte mia, la lettura de “La Figlia Unica” mi ha regalato uno sguardo rinnovato e non giudicante sulla maternità, scevro da preconcetti e aperto a comprendere che

esistono davvero tanti modi diversi di essere (o non voler essere) madre, dando spazio all’unicità e alle singole sensibilità di ogni donna.

 

Titolo: La Figlia Unica

Autrice: Guadalupe Nettel

Editore: La Nuova Frontiera

Anno di edizione: 2020

 

Media Corner: Serie tv – Big Little Lies

None of us really see things as they are, we see things as we are

Questa frase è la chiave di lettura per comprendere “Big Little Lies”, serie televisiva di enorme successo prodotta per il canale televisivo americano HBO, tratta dall’omonimo romanzo di Liane Moriarty, le cui protagoniste sono 5 madri molto diverse fra loro, bellissime e con vite all’apparenza perfette, che saranno unite per sempre da un terribile segreto.

Se non lo avete ancora visto, vi suggerisco di rimediare subito, divorerete le 2 stagioni in una manciata di serate, perché il ritmo della serie è decisamente incalzante, tra atmosfere gossip e thriller, condite da una buona dose di sorellanza e (seppur con qualche sussulto di competizione iniziale) vera solidarietà femminile, che solitamente non trova grande spazio sul piccolo schermo e non guasta mai!

Eccovi quindi i motivi per cui non potete davvero perdervi le avventure delle mamme di Monterey, splendida cittadina californiana abbarbicata fra la costa dell’oceano pacifico e le montagne del Big Sur, che fa da cornice perfetta al racconto!

1. Cast: davvero stellare, da Nicole Kidman a Reese Witherspoon, fino a una strepitosa Meryl Streep nella seconda stagione, solo per citare le più note, con un livello di recitazione impeccabile.

2. Fotografia: eccezionale e curata nei minimi dettagli, rende perfettamente il contrasto tra le sfumature patinate delle vite apparentemente perfette delle protagoniste e le zone d’ombra che piano piano si impossessano delle loro esistenze, fino a farle crollare sotto il peso del castello di bugie che ognuna di loro nel suo piccolo ha contribuito a fortificare.

3. Colonna Sonora: da aggiungere immediatamente alla vostra playlist, un mix ben congegnato tra indie e soft pop, che vi trasporta nel mezzo di un road trip californiano sulla Highway 1.

4. Trama: un intrigante omicidio, la cui vittima resta nascosta fino all’ultima puntata della prima stagione, è solamente la punta dell’iceberg della narrazione. Quello che ci appassiona davvero sin da subito, e che ci tiene incollat* allo schermo, sono infatti le vicende personali e familiari delle 5 protagoniste, che sono prima di tutto donne e madri, ognuna nelle sue sfaccettature peculiari.

5. Narrazione della Maternità: viene dato risalto ai tanti modi diversi in cui si può essere madre, ricordandoci come non ne esista uno universalmente giusto.

Ecco così che troviamo Madeline, la classica casalinga americana dedita alla crescita dei figli e a coltivare il buon vicinato, dai modi affettati ma generosi, mamma chioccia in preda a un crescente senso di noia e frustrazione, magistralmente interpretata da Reese Witherspoon.

Accanto a lei ci viene introdotta l’amica Celeste (una straordinaria Nicole Kidman), il ritratto della perfezione, con una famiglia da copertina invidiata da tutt* ma che nasconde un segreto raccapricciante, incapace di proteggere i figli dalla mostruosità che si insinua sotto il suo stesso tetto.

Poi c’è Renata, imprenditrice sposata con un inetto che si limita a sperperare i suoi guadagni, madre sepolta dai sensi di colpa per il mancato tempo trascorso con la figlia, che ha sacrificato sull’altare della carriera (anche qui, incredibile interpretazione di Laura Dern in un monologo da brividi in cui ci viene sbattuta in faccia tutta la durezza del prezzo personale che sovente le donne sono costrette ancora a pagare per avere successo).

Un po’ più distaccata dalle altre è Bonnie, insegnante di yoga e cultrice della filosofia new age, l’alternativa del gruppo, che si cala perfettamente nel ruolo della madre-amica.

E infine Jane, la nuova arrivata in città, madre single meno glamour delle altre, anche lei portatrice di un terribile segreto e pervasa da un senso di maternità totalizzante, quasi soffocante nei confronti del figlio.

6. Punto di Vista Femminile: non è solo nel raccontare la maternità che la serie ci regala una prospettiva immaginata da una donna per le donne.

È soprattutto nella narrazione di tematiche scomode, come lo stupro e la violenza domestica, che la serie si erge a capolavoro narrativo, esemplificato dall’interpretazione incredibile di Nicole Kidman, che utilizza il suo personaggio per provare a farci capire come

le storie di violenza non siano solo figlie di disagi economici o sociali ma si nascondano anche dietro vite apparentemente perfette, e di come le dinamiche psicologiche che si innescano nelle vittime di violenza domestica siano stratificate e complesse, impossibili da giudicare dall’esterno, in una spirale micidiale tra senso di colpa della vittima e volontà di difendere l’aggressore per non traumatizzare il nucleo famigliare.

Ed è proprio nella lotta contro la violenza dell’aggressore che tutte le protagoniste solidarizzano fra loro, smontando l’idea che pervade tutta la serie e che rappresenta uno stereotipo ben radicato, ovvero che non esiste solidarietà femminile e che le donne finiscono sempre come iene a farsi a brandelli l’una con l’altra.

E invece colpo di scena.

Nel legame contro l’oppressore, nella battaglia per la sopravvivenza, le 5 donne si schierano coralmente tutte insieme, unite contro la violenza domestica, un’immagine potentissima e raramente raccontata sul piccolo schermo, in cui la sorellanza diventa il mezzo più potente di salvezza e l’unica via d’uscita possibile per trovare il coraggio di ribellarsi al mostro e uscire dalla spirale di bugie, tradimenti e violenze.

E tornare momentaneamente a respirare, tutte per mano insieme, nell’esaltazione della vera salvifica solidarietà femminile.

 

 

Fonti:

https://creativecommons.org/

https://www.lanuovafrontiera.it/

http://www.pickwicklibri.it/

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