Mamme millennials: Come la genitorialità diventa un’esperienza di crescita anche professionale

Io, giovane professionista e neomamma, vi racconto la mia esperienza! Ebbene sì, mentre scrivo la mia gravidanza sta per giungere al termine e mi trovo a fare i conti con cosa significhi diventare mamma a 30 anni.

 

Ci sarebbero mille argomenti da affrontare, sfumature di emozioni e sensazioni contrastanti con cui si potrebbero riempire di inchiostro migliaia di pagine, dai cambiamenti ormonali e le nausee dei primi tempi alla difficoltà di mettersi le scarpe al nono mese.
Ma aldilà di simpatici aneddoti, racconti più o meno sentiti e risentiti e incontri ravvicinati del terzo tipo con esemplari di mamme “pancine” (per approfondimenti ), ritengo ci sia un aspetto più interessante e ancora poco indagato attraverso cui rileggere l’esperienza della maternità, soprattutto per un pubblico di giovani donne lavoratrici come quello dell’associazione Young Women Network.

 

Ancora troppo spesso, infatti, si associa la maternità e in generale la genitorialità a un limite per lo sviluppo di carriera, quando invece la realtà di tutti i giorni invita a riconoscere in questa esperienza un potenziale momento di crescita, sicuramente personale, ma anche professionale. Fermiamoci un attimo a osservare le nostre amiche e colleghe mamme: a nessuno sfuggirà, nella maggior parte dei casi, quanto essere genitori possa fornire risorse e competenze chiave per il mondo del lavoro, capaci di rendere più forti, inclusivi, autonomi, determinati. O quanto le mamme di oggi ci tengano a mantenere e difendere i loro impegni lavorativi e personali, dagli hobbies alle uscite con le amiche, aldilà del loro ruolo familiare.

 

Un punto di vista sempre più condiviso, se si pensa alle ultime ricerche sulle mamme millennials o a associazioni come MaaM – Maternity as a Master  che sulla base di dati statistici e di un metodo life based – sempre di più considerano momenti fondamentali della vita come quella della maternità come occasioni uniche di crescita e rafforzamento delle cosiddette soft skill.

 

 

Cosa rende la genitorialità così appetibile da un punto di vista lavorativo?

 

Ma quali sono gli elementi principali che possono rendere la genitorialità così speciale e appetibile da un punto di vista lavorativo? Li rivela, ad esempio, la ricerca di Maam condotta su oltre 2 mila donne, mettendo in luce quanto, la cura dell’altro in generale e l’essere genitore in particolare, rappresenti:

– un momento in cui si è obbligati a ricominciare a imparare, a rimettere in moto la testa, liberando energie che si era dimenticati di avere
– una condizione che insegna spontaneamente a governare il cambiamento, le priorità e contesti differenti, in modo repentino e continuo
– una vera e propria rivoluzione, che costringe a gestire meglio il tempo, a diventare più focalizzati e ancora più multitasking, e a mettere maggiore energia nelle attività
– una palestra di leadership “naturale” ed inclusiva, un esercizio quotidiano di gestione e ascolto dell’altro
– un modo per esercitare – in continuazione e spesso senza rendersene conto – il senso di responsabilità, la capacità di analisi e decisione, per sé stessi e per gli altri, sui temi più disparati
– un’occasione per allenare da un lato la sicurezza in sé stessi e l’assertività nel difendere e affermare le proprie opinioni con gli altri (personale medico, parenti, conoscenti…), dall’altro la resilienza e la gestione dello stress
– un’esperienza che costringe ad abbandonare la mania del controllo, insegna a delegare e a fare rete
– un’opportunità per fermarsi, guardarsi dentro, rimettersi in discussione e riorganizzare le maglie della propria vita, oltre che per accettarsi anche nei propri limiti e debolezze.

 

 

 

 

Ovviamente non esiste una correlazione automatica tra il diventare genitori e l’acquisire competenze come quelle descritte sopra, così come altre esperienze di vita e di cura alternative possono contribuire al loro sviluppo. Semplicemente, essendo la genitorialità una delle esperienze di cura più diffuse e frequenti, sarebbe bello – oltre che auspicabile – che la società e il mondo del lavoro cominciassero a riconoscere in questa un’opportunità – tra l’altro a costo zero – per attingere a risorse e competenze preziose. Smettendola, una volta per tutte, di stimolare una competizione tossica tra vita professionale e vita privata che rischia seriamente di bloccare lo sviluppo di un’importante fetta del mercato del lavoro.

 

Un cambio di mentalità, da cui sarebbero proprio le aziende a guadagnarci di più, in termini di produttività, benessere dei dipendenti e attrazione di talenti. Perché se è giusto mantenere un equilibrio tra vita privata e professionale e non fare entrare più di tanto il privato in azienda, è anche vero che solo quando si vede coerenza tra i propri valori e quelli aziendali si ha veramente la possibilità di liberare ed esprimere a pieno il proprio potenziale e mettere passione in quello che si fa. E considerando l’approccio dei millennials, sempre più attenti alla sostenibilità e alla dimensione etica del mondo del lavoro, e alla ricerca di realtà in grado di riconoscere e valorizzare la propria autenticità, presto non solo questa ma tante altre tematiche legate alla cura e alla tutela della vita privata emergeranno con forza.

 

 

Da giovane quasi mamma e donna lavoratrice, il mio augurio allora è che siano proprio le donne a farsi portatrici di un nuovo modo di pensare alla maternità. Affinchè anche questo diventi un terreno di apertura e di scambio verso il mondo che ci circonda e contribuisca a rafforzare la nostra identità di donne a tutto tondo. Perché prima di essere mamme si è donne. E per essere delle buone mamme, bisogna essere prima di tutto delle donne felici.

 

 

Scritto da Gloria Cavanna

Fonti
Andrea Vitullo e Riccarda Zezza, Maam – La maternità è un master, Bur, 2014
Ricerca di Ipg Warehouse, Mamme millennials, maggio 2018