Linguaggio di genere e comunicazione inclusiva – A tu per tu con Alexa Pantanella

Scritto da Carolina Nobile

Da sempre appassionata di linguaggio, Alexa Pantanella studia Scienze della Comunicazione a Roma dove inizia un percorso nelle maggiori agenzie di marketing communication.
Si sposta a Milano per occuparsi di marketing e comunicazione a livello internazionale, per grandi aziende come Procter & Gamble. Si trasferisce a Parigi e diventa Direttrice Generale di una delle Agenzie del Gruppo OMNICOM.
Nel 2014 rientra in Italia per assumere il ruolo di Responsabile Marketing Communications e Media in Luxottica.
Nel 2018 fonda Diversity & Inclusion Speaking per portare avanti iniziative di formazione e di ricerca relativamente al ruolo del linguaggio come veicolo di Inclusione.
Alexa è stata nostra ospite all’evento dello scorso gennaio Comunicazione inclusiva: una risorsa per superare gli stereotipi di genere.

Alexa, nel tuo TED dichiari: “C’è un ambito in cui si fa fatica a vedere il cambiamento, almeno nella stessa profondità e velocità di altri. Sto parlando del linguaggio…”. Ci racconti?

> Con tutti i problemi che abbiamo figuriamoci se dobbiamo andare a cambiare una parola!
Questa è una delle reazioni più comuni al dibattito sul linguaggio e sulla necessità di cambiarlo.
Si pensa sia una sottigliezza. Si tende a sminuire, a non dare il giusto peso, come se la scelta delle parole fosse un sofismo grammaticale, cosa che, in alcuni casi, può dipendere dalla scarsa conoscenza che si ha dell’argomento.
Ecco perché il lavoro che portiamo avanti si fonda sulla collaborazione con chi fa ricerca non solo nell’ambito della linguistica, ma soprattutto della psicologia sociale, perché non sono semplicemente questioni di lingua.
C’è un aspetto importante legato al rapporto che esiste tra linguaggio e pensiero: non conosciamo ciò che non sappiamo nominare e il modo in cui nominiamo cose, luoghi, persone, sentimenti, ecc., influenza il modo in cui pensiamo ciascuno di questi elementi.

E poi c’è un altro aspetto essenziale che è legato al modo in cui utilizziamo il linguaggio. Il più delle volte si continua ad utilizzarlo come si è sempre fatto, senza troppo rimetterlo in discussione. Si attinge da frasi e modi di dire che si sentono o vedono utilizzare da sempre. E così il linguaggio arriva a trasformarsi in uno di quei muscoli del nostro corpo, al quale il nostro cervello dà sì degli input, ma a cui noi non facciamo più caso. E finiamo per usarlo in base a un automatismo, come se avessimo una sorta di pilota automatico. Questa tendenza fa sì che il linguaggio non si aggiorni.

Invece, il bello della lingua sta nel fatto che, usandola tutti i giorni, fa di noi una forza promotrice del suo cambiamento: non dobbiamo aspettare che parta dall’alto, azienda o politica che sia. E questa è una meravigliosa opportunità e responsabilità che possiamo prenderci, se ne abbiamo voglia.

Vorrei il tuo punto di vista sulla parola femminismo: perché viene fraintesa, perché ancora oggi ha un’accezione quasi negativa?

> In Italia, nella nostra lingua e cultura, la parola femminismo non ha un vissuto neutro e oggettivo, ma polarizzante, come se implicasse lo stare per forza o da una parte o dall’altra.
Chi promuove le tematiche e il riconoscimento delle opportunità che al mondo femminile ancora non vengono riconosciute in egual misura, è quasi per forza nemico del maschile. Forse qualcosa nello storytelling mediatico dagli anni ‘70 in poi ha contribuito a costruire nel nostro vissuto che, essere femminista, cosa che riguarda le donne ma anche gli uomini, sia un gioco a somma zero, cioè a scapito dell’“altra parte”.

Penso sia questo il richiamo, non etimologico ma culturale, che fa sì che molte persone si sentano poco favorevoli ad aderire. Invece, un femminismo che, in maniera sana, fattuale, costruttiva e non polemica, faccia emergere delle disparità evidenti è un beneficio per tutte le parti.

Non è un lottare contro, ma un portare attenzione a favore sicuramente di una parte, quella femminile, ma per il beneficio comune.

Per superare questo vissuto e liberare la parola femminismo dalle resistenze che evoca, aiuterebbe usare un’altra parola secondo te?

> Ti rispondo con la bellissima citazione di Judy Chicago, un’artista e attivista del femminismo americano:

I believe that, at this moment of history, feminism is humanism.

Mi ha colpito molto. Penso che dovremmo parlare di umanismo, di causa delle persone, di esseri umani e di come stanno insieme. Sono molti i fattori che portano alla situazione di oggi: non va vissuta come una questione di ingiustizia volutamente perpetuata dagli uomini contro le donne. Certo, esiste ancora uno status di privilegio accordato maggiormente ad una parte, frutto di fattori e consuetudini che affondano le loro radici nel passato. Ma anche gli uomini sono vittime di gabbie culturali, stereotipi, personaggi a cui devono attenersi, e attese da soddisfare.

In questo sistema binario, troviamo dei solchi secolari in cui il maschile e il femminile sono stati inseriti in ruoli e oggi ne subiamo ancora le conseguenze. Per questo, cambiare questo stato di cose riguarda tutti e tutte, in quanto persone.

Quali sono le resistenze che incontri più di frequente nel tuo lavoro? 

> Faccio una premessa: nel promuovere una maggiore consapevolezza nell’uso del nostro linguaggio del quotidiano, è importante evitare qualsiasi approccio polemico o giudicante. Quindi, mi focalizzo sulla condivisione: metto a fattor comune quello che conosco e che studio quotidianamente, cercando di dare evidenze oggettive delle conseguenze che una scelta lessicale può generare.
Però poi dico sempre che è una libera scelta, non può mai esserci un’imposizione. Questo è un aspetto fondamentale nell’approccio che seguo.

Con i gruppi di persone che incontriamo, quasi quotidianamente, sono tre gli scenari più ricorrenti:

  1. persone curiose e aperte che colgono un punto di vista nuovo sul linguaggio. Sono quelle che spesso ci dicono “sai che non ci avevo mai pensato!?” e che quindi accolgono con favore uno sguardo e una consapevolezza diversa su quello che le parole provocano;
  2. persone che hanno una curiosità iniziale, però poi tendono a sminuire in nome del “saranno mica questi i problemi che abbiamo”;
  3. persone ostili che si aggrappano alle loro conoscenze pregresse, abitudini e nozioni. Qui può arrivare l’attacco e lo scambio polemico. Fortunatamente, questa è la casistica che incontriamo meno frequentemente in quanto i nostri workshop sono ad adesione volontaria, e per il tono – mai prescrittivo – che viene utilizzato in ogni scambio. Anche online, quando questo dovesse accadere.

Come gestisci le obiezioni e le resistenze che ci hai appena raccontato? Qual è secondo te l’atteggiamento migliore da adottare quando ci troviamo di fronte a scambi polemici?

> Prima cosa, attingere alla letteratura esistente, intesa come ricerche e studi.
Sfortunatamente non ne esistono ancora su tutti i temi, ci si concentra molto sul genere e non tanto su ageismo, questioni etniche, disabilità, che purtroppo è ancora molto poco esplorata.
I dati e le evidenze, dove ci sono, sono la prima chiave per oggettivizzare il dibattito. Ad esempio, una ricerca che mostra come scegliere la parola responsabile, invece di capo, aumenti l’ingaggio emotivo, il senso di appartenenza, la motivazione e quindi la produttività e le energie positive riversate nel proprio lavoro da parte della popolazione femminile in azienda (senza alienare quella maschile), è una testimonianza utile. Permette di basare il confronto non su opinioni personali, ma su dati di fatto.

Un’altra modalità di argomentazione è legata al riuscire a portare uno sguardo e un ascolto diversi. E per far questo possiamo ispirarci al mondo della prima infanzia, che ha uno sguardo ancora in divenire sul linguaggio. La regola che si può applicare è: riusciresti a spiegare la frase in questione ad una bambin* di 3-4 anni?
Ad esempio, come possiamo spiegare: “Non si può essere stanche/i a 25 anni!”, senza trasferire il pregiudizio secondo cui le persone considerate “giovani” siano le sole ad avere sempre energia, entusiasmo, ecc.?
Oppure: Hanno dato a lei/lui la responsabilità del progetto?! Non avrà neanche 30 anni…!”, senza sottintendere un rapporto quasi matematico tra anni vissuti/lavorati e ruoli di responsabilità, a prescindere dalle competenze realmente acquisite?

Potremmo applicare questo test a tantissime espressioni che sentiamo/vediamo utilizzare anche rispetto a fattori etnici, religiosi, legati alla disabilità, all’orientamento, per citare altre dimensioni del nostro essere persone.

Proviamo a circoscrivere il campo e a focalizzarci sui job title: avvocata, ingegnera, direttrice sono i corretti corrispettivi femminili di avvocato e ingegnere direttore… eppure non li usiamo sempre con naturalezza e disinvoltura, noi donne in primis. Come mai?


> Credo, da quello che osserviamo, che la popolazione maschile non abbia difficoltà ad accettarlo e rispettarlo. Effettivamente, il grosso della resistenza arriva proprio dalle donne – esempi noti recenti: il direttore d’orchestra Beatrice Venezi a Sanremo o il Presidente del Senato Elisabetta Casellati.
Da un certo punto di vista lo capisco. A fronte della fatica fatta per arrivare ad una laurea in ingegneria o a una posizione apicale nel proprio lavoro, siccome la prassi prevede che quei traguardi abbiano proprio quel nome – direttore, ingegnere, amministratore –, quando una donna lo raggiunge se ne appropria, si riconosce nel ruolo così com’è, con il nome che porta.
Ma il ruolo non è di per sé neutro, ha quel nome solo perché storicamente l’ha sempre ricoperto un uomo. Quando è una donna a svolgerlo, la nostra grammatica prevede che si usi il femminile, sarebbe più corretto. Esattamente come accade per attore e attrice. Nicole Kidman è un’attrice, a nessuno suona strano. Lo stesso dovrebbe valere con i job title sopra citati.

Non mi fermo alla questione grammaticale: noi donne dobbiamo liberarci della sindrome dell’impostore e crederci di più, solo così renderemo più visibile il femminile nella nostra lingua, aumentando l’ingaggio emotivo e l’impatto sulla nostra identità.

Quando una donna che ricopre un ruolo apicale usa il femminile, influenza sia le donne, sia gli uomini che guardano a lei, aiutandoli a familiarizzare con il cambiamento e potenziando la fiducia individuale e collettiva.

Come dicevamo all’inizio, linguaggio e pensiero sono fortemente connessi. Se una cosa – in questo caso un ruolo – non ha un nome, è come se non esistesse. E se non esiste, non potrò mai sognare di diventarlo. Pensate che meccanismo potente – anche di identificazione – possiamo attivare con le parole… Ma se continuiamo a pensare che il ruolo al femminile sia qualcosa di meno valorizzante – e questa è una barriera che hanno le donne – allora la strada è in salita.

L’Agenzia delle Entrate ha redatto un report per favorire il dibattito e la consapevolezza sull’uso di un linguaggio che tenga in maggior conto la presenza femminile. Quanto sono importanti iniziative simili? Che presa hanno sull’opinione pubblica?

> Di iniziative mirate ce ne sono, ma non tantissime: anche il MIUR e qualche amministrazione comunale hanno rilasciato linee guida sull’uso del linguaggio di genere simili a questa dell’Agenzia delle Entrate. Non la conosco nello specifico, ma in generale credo che tutto aiuti.
Un documento che dia ufficialità a informazioni rispetto ad alcune scelte lessicali è un buon primo passo, ma è importante che non sia solo un manuale o una direttiva. È necessario affiancare momenti di formazione che creino consapevolezza, condividano conoscenza e favoriscano ingaggio nelle persone, per abbattere le resistenze di cui parlavamo, superare l’idea che siano solo sofismi, e ascoltare cosa questo generi nelle parti coinvolte, misurando e argomentando le reazioni. Altrimenti, queste iniziative perdono di efficacia e rischiano di essere vissute come imposizioni.

Abbiamo parlato di femminile, di job title ma non ti ho ancora chiesto cosa si intende con linguaggio di genere?

> Quando parliamo di linguaggio di genere è importante specificare che non è solo una questione di maschile/femminile, di declinazione, o di titoli professionali: c’è tanto di più.
Ci sono delle espressioni – alcune le abbiamo evocate durante l’evento da voi organizzato Comunicazione inclusiva: una risorsa per superare gli stereotipi di genere – che, anche se usate in modo inconsapevole, in nome della gentilezza, in realtà depotenziano. Questo è uno dei mondi del linguaggio di genere ed è importante farne cenno, altrimenti si potrebbe pensare che per essere inclusivi sia sufficiente usare l’asterisco *!

Ecco degli esempi:

  • dottore vs signora – a parità di laurea, gli uomini vengono chiamati dottore mente le donne signora
  • il termine ragazza usato in un contesto professionale;
  • il complimento sull’aspetto fisico fatto più alle donne che agli uomini;
  • il bella e brava;
  • il diminutivo che ha un impatto sull’identità. Se mi chiamano Alexuccia a casa mi fa piacere, ma in ufficio è un’altra cosa.

La questione è molto sottile e ramificata. Spesso ci occupiamo solo della punta dell’iceberg, ma attenzione perché sotto ci sono una serie di comportamenti meno visibili e più sottili di cui, però, bisogna tenere conto.
Ci sono ancora dei contesti in cui il termine responsabile si associa ad un uomo, le donne sono considerate segretarie o assistenti di qualcuno e non professioniste o responsabili. Queste situazioni sottili esistono, ce le raccontano non solo donne più grandi, ma anche le giovanissime: ciò significa che abbiamo ancora della strada da percorrere.

Cosa possiamo fare noi, uomini e donne, per diventare protagonisti del cambiamento?

> Ricordo quanto emerso durante l’evento (Comunicazione inclusiva: una risorsa per superare gli stereotipi di genere), specialmente il disagio manifestato da chi ha partecipato rispetto a certi esempi e situazioni condivise. Ecco, diamo voce a quel disagio.

Se delle cose ci danno fastidio, capiamo perché, dove ci toccano, in che cosa ci sentiamo sminuite, dove pensiamo che noi, con la nostra identità, dovremmo stare.
Non facciamocele scivolare addosso, interroghiamoci sulla nostra identità professionale, dov’è oggi e dove pensiamo che stia andando, perché ognuna di noi ha il proprio percorso professionale.

Se quell’episodio stride rispetto a dove siamo, a dove vogliamo andare e vogliamo che gli altri ci riconoscano essere, facciamolo presente.

  1. Capiamo che cosa ci dà fastidio.
  2. Portiamo a galla in modo non conflittuale e costruttivo: questa è la sfida. Il modo. Altrimenti verremo bollate come coloro alle quali non si può dire niente, super sensibili, isteriche ecc.

Portiamo il nostro percepito con sincerità. Mostrare la nostra vulnerabilità, rispetto a una situazione che ci ha messo a disagio o in difficoltà, è un atto di forza e di coraggio, non di debolezza. È un modo per aiutare l’altra persona, lei o lui che sia, quasi sicuramente inconsapevole e lontana dal voler ferire, a vedere le cose con occhi diversi.
Quindi, parliamone. Solo così si può attivare un effetto domino positivo.

Per usare una metafora, questo cambiamento non è un murales, è un mosaico che si compone di tanti piccoli tasselli. I tasselli sono i micro episodi che viviamo ogni giorno. Se li immaginiamo come parte di un unicum – il mosaico – ecco che non fare finta di niente, ma portare a galla può fare la differenza ed essere un’opportunità personale e collettiva.

C’è una parola del cuore che senti tua, che ti caratterizza e racconta?

> Sì, c’è una parola che mi sintetizza come persona e professionista e che mi piace condividere per l’atteggiamento che porta con sé, ed è scelta.
Innanzitutto perché il lavoro, l’impegno e il cambiamento che si vuole portare avanti con il linguaggio deve essere una scelta personale, sentita, voluta e mai imposta.

La scelta è necessaria. Come diceva Sartre anche non scegliere è una scelta. Io sono una persona che ha sempre scelto. Ho scelto di occuparmi di queste tematiche e di lasciare il percorso di prima, con le sue sicurezze. Questo dà forza e libertà di pensiero.

L’invito é, quando e se possibile, ad abbracciare le scelte e a non aver paura di mettersi nella condizione di poter scegliere. Credo sia una dimostrazione pratica dell’essere in ascolto: essere inclusivi è prima di tutto saper ascoltare.

Lasciare lo spazio della scelta, propria e altrui, significa essere in apertura con l’altra persona anche nel diverbio. Non dobbiamo per forza diventare paladine o fare proselitismo e insistere per far cambiare opinione. L’importante è che si basi su una scelta informata e non su una rigidità di pensiero, sarebbe un peccato.

Grazie Alexa 🙂

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