“L’indicibile fortuna di nascere donna”, Corinna De Cesare

Abbiamo ascoltato Corinna De Cesare che ci ha parlato del suo progetto thePeriod, una newsletter che porta la vita nella scrittura e demolisce i tabù (a partire dal ciclo mestruale)

 

Far partire una nuova newsletter  rompendo uno dei più grandi tabù femminili: il ciclo mestruale. È quel che ha fatto Corinna De Cesare, 37 anni, giornalista del Corriere della Sera. Ha seguito per il quotidiano di via Solferino la crisi greca e le elezioni europee e nel 2019 ha fondato thePeriod, una newsletter che nell’arco di pochissimi mesi è diventata una community seguita da più di tre mila persone, definita da Beppe Severgnini come una delle migliori su piazza.

Mia figlia, che ha tre anni e mezzo, l’altro giorno mi ha detto “mamma, io da grande voglio essere maschio”. Io l’ho guardata e le ho detto “Ma proprio tu?”. Io sto qui a parlare di parità, dell’indicibile fortuna di nascere donna e poi ecco qua. E pensare che prima ancora che nascesse, le ho comprato “Le storie della buonanotte per bambine ribelli”, io mi sono regalata il libro di Chimamanda Ngozi Adichie su come crescere una figlia femminista (“Cara Ijeawele, ovvero Quindici consigli per crescere una bambina femminista”)… Insomma, sono rimasta impietrita, poi ci ho riflettuto e ho pensato che la società è in grado di inculcare in una bambina piccola che essere maschio è più figo, dà più potere, che essere maschio significa essere più forte; essere donna invece significa essere più vulnerabile, debole. Questo spiega in che cultura siamo immersi, senza neanche rendercene conto”.

Ce ne rendiamo conto eccome quando leggiamo ogni giorno di nuovi femminicidi. Molto meno quando il vento del maschilismo soffia velato nei nostri luoghi di lavoro, quotidianamente, quando noi donne non chiediamo la promozione perché ce l’aspettiamo per merito, quando in una sala di donne e uomini risponde al telefono in automatico una donna, quando nascondiamo il nostro assorbente, quando non ci sentiamo all’altezza, quando rimaniamo in silenzio di fronte a una battuta di cattivo gusto che rende oggetto del desiderio noi o una collega, quando chiediamo a una donna come fa a fare tutto quel che fa, a conciliare vita-lavoro-passioni, e non lo si chiede mai a un uomo, quando ci vergogniamo della nostra sensualità, quando abbiamo timore di apparire troppo ambiziose o troppo mamme o troppo irriverenti… Dobbiamo partire da noi stesse.

 

D: Amo il modo in cui descrivi thePeriod: “la newsletter  per le persone irriverenti che non hanno paura di osare”, “storie uniche di identità di genere (ogni genere)”, “una community capace di demolire i tabù”… Ce lo spieghi?

 

 

R: thePeriod nasce in un periodo della mia vita un po’ particolare. Credo nel fatto che se nel tuo quotidiano fai qualcosa che non ti fa brillare gli occhi, è perché evidentemente stai sbagliando qualcosa. Scrivevo già da parecchio tempo di donne, femminismo, pari opportunità, ma non mi bastava: sentivo il bisogno urgente non solo di scrivere, ma di pensare e creare un progetto ampio, una community, uno spazio per diffondere una cultura del rispetto. Un giorno, al giornale – avevo il ciclo – mi sono ritrovata a nascondere l’assorbente sotto il maglione mentre andavo in bagno. Qualche mese dopo, una collega mi ha chiesto bisbigliando: “Hai un assorbente?”. Era uscito da poco il libro di Elise Thiebaut, “Questo è il mio sangue”. È partito tutto così, da qui il nome che non significa solo ciclo, ma anche un punto a capo, è il mio voltare pagina e creare qualcosa in cui sentirmi me stessa, in cui parlare di vita, figli, lavoro, ambizioni, diritti delle donne e LGBT. Perché da subito è diventato un progetto più completo: un progetto femminista, inclusivo, che valorizza le diversità e che vuole assolutamente coinvolgere gli uomini. Perché io credo tantissimo in quello che dice Chimamanda Ngozi Adichie, scrittrice nigeriana:

“We should all be feminist”.

Ne sono assolutamente convinta. La sfida è quella di farlo succedere per davvero, perché una società che valorizza i talenti e i meriti degli uomini e delle donne è una società più aperta, meritocratica, più libera. Noi donne per secoli ci siamo sentite Penelope, aspettavamo prima il nostro uomo, poi il nostro turno, il lavoro, abbiamo atteso per anni che le pari opportunità ci piovessero dall’alto, ora è il momento di agire. thePeriod vuole valorizzare tutti i talenti e vuole essere libera dai pregiudizi, dai tabù, dagli steccati.

 

È forse doveroso ricordare il significato di “femminista”: “sostenitore della parità di genere”.

 

D: È un problema tutto italiano o è qualcosa di molto più diffuso e globale?

R: È assolutamente un tema globale. Pensate alle tante discriminazioni che avvengono in tutto il mondo. Pensate al movimento #MeToo, nato dopo le rivelazioni pubbliche di accuse di violenza sessuale contro Harvey Weinstein, che mostra come un uomo di successo possa sfruttare il proprio potere e la propria celebrità per ben altri scopi.
Poi in ogni cultura il problema si manifesta in forme più o meno diverse. Mi è capitato di parlare con una ragazza americana che si è trasferita di recente in Italia, che mi raccontava di come fosse rimasta scioccata dagli sguardi degli uomini su di lei: ”ti guardano tutti con quell’intento lì” mi ha detto. L’oggettificazione del corpo femminile è un problema gigantesco, ancora oggi veniamo continuamente scrutate e valutate per il nostro aspetto e quasi mai per i nostri meriti. Per questo sono a favore delle quote di genere e sono d’accordo con Lilli Gruber che nel suo libro “Basta! Il potere delle donne contro la politica del testosterone” ha scritto: “Le quote sono l’unica via attraverso la quale si può superare la barriera. Se si diventa visibili, si può lottare per pretendere lo stesso stipendio di un uomo, si può portare in tribunale chi molesta e aggredisce senza cedere all’istinto di rimpicciolirsi (per paura, difesa, pudore), si può credere nei propri mezzi e pensare di affermarsi nel proprio campo. Si può arrivare ad avere un peso, a divenire interlocutrici dell’opinione pubblica”.

 

Ricordiamo che la legge delle quote di genere (chiamata anche delle “quote rosa”), 120/2011, fu introdotta grazie alle onorevoli Lella Golfo e Alessia Mosca, quale provvedimento temporaneo (inizialmente di 10 anni). La legge prevede per gli organi sociali delle società quotate l’obbligo di riservare una quota pari ad almeno il 20% (poi a un terzo, poi al 40%) dei propri membri al genere meno rappresentato (attualmente le donne). Entro i dieci anni si auspicava di raggiungere l’obiettivo di rimuovere gli ostacoli che fino a quel momento avevano limitato (e ancora limitano) l’accesso delle donne ai ruoli di vertice, favorendo un processo di rinnovamento culturale. A fine 2019, la legge è stata prorogata, dai tre ai sei mandati consecutivi. Secondo un’inchiesta del Corriere della Sera che ha messo a confronto la situazione delle 40 società principali di Piazza Affari – Ftse Mib, prima e dopo la legge, la norma non solo è stata rispettata, ma la percentuale media di donne nei CdA è andata oltre quanto previsto: nel 2011 i CdA avevano il 5,7% di donne, a maggio 2019 la loro presenza era salita al 35,5%, sopra il 33,3% “minimo legale”. E i benefici sono già evidenti in termini di valore economico e impatto positivo sulle politiche aziendali. Rimane un modo per colmare il gap di anni di retaggio, per accelerare il processo, in modo che nel breve termine non servirà più alcuna legge.

 

D: Come già hai spiegato, il ruolo degli uomini è cruciale: tutti noi dobbiamo essere femministi. È una questione che riguarda l’essere umano nella sua totalità. Come hai coinvolto gli uomini che scrivono per thePeriod? Gli uomini leggono thePeriod? E come porti a bordo gli uomini della tua vita su questi temi?

R: Naturalmente la maggioranza dei lettori è donna perché si sente moltissimo la voce femminista della newsletter, ma ci sono tante sottoscrizioni anche da parte degli uomini, Beppe Severgnini è uno tra questi e su Twitter mi ha regalato un endorsement che mi ha fatto molto piacere. Vedi, a 10 o 11 anni non sapevo neanche cosa volesse dire essere femministi, ma mi inferocivo quando mia madre mi chiedeva di rifare il mio letto e quello di mio fratello. Ovviamente a lui, questo e altri compiti di cura, non venivano richiesti. E sai perché? Perché siamo abituati a mettere il maschio sul piedistallo. Le donne a fatica – molta fatica – lavorano, lavorano, lavorano per raggiungere lo stesso piedistallo, ma non ci arriveranno mai senza l’aiuto degli uomini. E questo mi è chiarissimo, lo vedo, lo osservo tutti i giorni. Vedo le ragazze che fanno le secchione, che studiano per essere all’altezza e ottenere le promozioni, ma non chiedono mai nulla. Stanno lì ad aspettare che le promozioni piovano dall’alto per evidenti meriti e nel frattempo gli uomini hanno fatto tre salti carpiati, hanno ottenuto cento promozioni e sono passati davanti salutandoci dall’auto: “lavoratriciiiiiii”. Tutto ciò succede a causa delle nostre insicurezze: Marta Dassù lo racconta benissimo in “Mondo privato e altre storie”. Persino lei, che è arrivata agli apici della diplomazia, lo ha ammesso e lo ha scritto nero su bianco: avevo questa sindrome – racconta – di essere sbugiardata, di non essere mai preparata abbastanza e che in qualsiasi momento potessi girare l’angolo e trovare un uomo pronto a puntarmi il dito, pronto a dirmi “guarda che quello che hai detto non è giusto, perché la cosa corretta l’ho detta io. In realtà non ti meriti il posto in cui sei, non ti meriti quello che hai ottenuto nella tua vita, perché non hai studiato a sufficienza”. Lei lo spiega in una maniera esemplare e racconta tutte noi donne e anche i perché dei nostri passi indietro. Dobbiamo lottare contro queste insicurezze, anche se facciamo fatica, non soltanto a demolirle, ma proprio a riconoscerle. Per questo è importante coinvolgere gli uomini, renderli partecipi, anche se quando si comincia a parlare di questi temi sbuffano, ti dicono “che palle ‘sta lagna”. Ci dicono: “ma come, a capo della BCE c’è una donna, a capo della Commissione Europea c’è una donna… a capo di questo c’è una donna… ma perché rompete le scatole?”. Purtroppo se ci ricordiamo solo quei tre nomi, un motivo c’è. Io penso che gli uomini intelligenti non hanno paura delle donne forti. È importante lavorare sulla consapevolezza degli uomini. Cosa succede quando sei tu a diventare padre di una figlia o compagno di una donna, e quella donna viene discriminata sul lavoro, oppure oggettificata? Come ti senti a crescere una figlia e a sapere che una volta che entrerà nel mondo del lavoro guadagnerà fino al 28% in meno di un uomo in quanto donna?

 

D: Su thePeriod tratti diversi macro-argomenti trasversali – la religione, la famiglia, la giustizia, le differenze tra Nord e Sud, le paure del genere umano, del tempo che passa, le differenze tra generi, ecc. in modo pungente e ribelle. La ribellione sembra contraddistinguere te e thePeriod, il non far parte delle élite, la sfrontatezza… thePeriod è ribellione?

R: Lo è come lo ero io a dieci anni quando mi ribellavo a mia madre che faceva fare i letti solo a me (ovviamente ora mi dà ragione). Ma è ribelle perché affronta diversi tipi di tabù, a partire dal più grande. Quando nella prima newsletter ho raccontato il mio primo ciclo mestruale, mi hanno scritto centinaia di ragazze e donne, dall’avvocato alla professionista alla dirigente del ministero… mi hanno detto tutte la stessa cosa: “Hai raccontato tutte noi”. Perché l’abbiamo provata tutte quella sensazione, quel momento in cui ci siamo sentite impreparate a diventare adulte, donne. Ho voluto raccontare partendo da quello, perché essere una donna è una “scuola di sangue”, come diceva Oriana Fallaci in “Lettera a un bambino mai nato”.

D: Emerge molta autobiografia, sia tua sia delle altre firme, trattate dai temi grandi a quelli più piccoli, con leggerezza e profondità insieme. È una scelta stilistica o è il tuo essere?

R: thePeriod è il luogo dove più sono me stessa e dove, dalle storie personali si passa a raccontare l’universale. Così ad esempio Alberto Menasci ha parlato della sua omosessualità e di come ha scoperto se stesso negli anni ’90 raccontando di tutti i ragazzi che in quel periodo hanno vissuto con enormi difficoltà il proprio scoprirsi, riconoscersi, amarsi. Federica Venni ha scritto un inno alla vanità: siamo state cresciute con questa istigazione all’austerità e questa missione di rigore che ci fa vergognare il voler essere allo stesso tempo belle e colte. E noi invece vogliamo sentirci libere di essere intellettuali, preparate, ma anche vanitose.

Io volevo portare la vita nella scrittura, raccontare quello che ci accade tutti i giorni, le nostre piccole, grandi bugie, le nostre apparenti vite meravigliose, le nostre ferite tenute spesso molto ben nascoste. Con thePeriod lo faccio.

 

 

D: Come scegli le altre firme della newsletter?

R: Tutto parte dalla mia sensibilità. È un progetto a budget zero, o meglio, gli unici fondi investiti sono i miei, personali. E le persone che scrivono su thePeriod sono persone che conosco bene e di cui apprezzo la scrittura, la sensibilità artistica o personale, professionale. Succede per esempio che con un’amica o con una scrittrice che stimo, parlando di un tal argomento, propongo di svilupparlo in un pezzo per thePeriod. È così che è iniziato tutto e così va avanti, in modo molto naturale. Sono persone con cui mi sento in piena sintonia e che credono, come me, all’importanza di diffondere una cultura non omofoba, non machista, non patriarcale, ma LIBERA.

 

D: Abbiamo letto che thePeriod è anche incontri. Ce lo racconti?

R: Lo sarà. Sto studiando il come. Quello che non voglio è rimanere solo virtuale. Io sono una persona molto a pelle, sono terrona, ho bisogno del contatto con le persone. Come tutti i terroni, abbraccio, bacio… Molto spesso mi manca il contatto con le persone che leggono quel che scrivo. È uno degli obiettivi di quest’anno: cercare di incontrarci, far incontrare i lettori con le persone che scrivono, per parlare degli stessi argomenti che proponiamo nella newsletter. Per parlare quindi di vita, lavoro, figli, omosessualità e non solo. Nella newsletter si sente molto forte anche la mia passione per il cinema, la serialità, la musica, il linguaggio cinematografico. Sto provando a fare in modo che tutto ciò sia reale, che possiamo farlo insieme, dal vivo, conoscendoci, parlandone. Sto cercano il modo per finanziare il progetto in uno spazio, che forse ho trovato.

 

D: Cosa significa oggi essere mamma, giovane, donna in carriera, con un lavoro di prestigio – al Corriere della Sera che tanti sognano – con un nuovo progetto come thePeriod e tutti i tuoi interessi e passioni?

R: La presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha sette figli, è medico… se ce la fa lei?!!! Io penso che se fai quello che ami, niente ti pesa. Diventa tutto molto naturale. Riesci a far diventare la giornata anziché di 24 di 36 ore. Un modo lo trovi. Ovviamente è difficile, ma è difficile come lo è per tutti gli uomini che lo fanno. La domanda sulla conciliazione fa sempre molto incazzare perché di solito si rivolge solo a noi donne, mai agli uomini. Significa che dietro a questa domanda c’è sempre il solito preconcetto per cui le donne non possono fare tutto, oppure – ancora peggio – il preconcetto che devono fare più degli uomini. Ecco, spesso, è ancora come diceva Charlotte Whitton:

“Le donne devono fare qualunque cosa due volte meglio degli uomini per venire giudicate brave la metà”.

Ma prima o poi finirà.

Sull’essere madre… è qualcosa che ti cambia la vita. A me l’ha cambiata enormemente, mi ha reso consapevole di poter superare qualsiasi ostacolo, mi ha dato una marcia in più anche nel lavoro. Molte insicurezze si annullano tant’è che spesso mi dico che prima di diventare mamma, vivevo in un sonno profondo. Io mi sono sentita con i super poteri ed è il regalo più bello che la vita potesse farmi.

 

D: Chi è la tua role-model?

R: Ne ho tante e diverse tra loro! Da Carmen Consoli a Chimamanda Ngozi Adichie a Oriana Fallaci. Sono cantanti, scrittrici, ma anche le donne della mia famiglia, mia nonna per esempio, che mi ha insegnato quanti sforzi, sacrifici e lacrime siano necessari per raggiungere i propri obiettivi. Sul lavoro sicuramente Barbara Stefanelli mi ha aperto gli occhi sulla possibilità di crederci: in un mondo storicamente maschile, lei ce l’ha fatta, ha rotto gli steccati. Il giornalismo è sempre stato un territorio maschile, a partire dagli orari che non permettevano ad esempio di conciliare vita familiare e professionale. Ora sta cambiando tutto, sia in termini di organizzazione delle famiglie sia in termini di turni: le redazioni fanno orari diversi rispetto anche solo a dieci anni fa e i neopapà si prendono i congedi, si occupano anche loro del lavoro di cura. Mentre io lavoravo fino alle undici di sera, mio marito gestiva a casa una bambina di sei mesi senza alcun aiuto.

Purtroppo resta, nel giornalismo, la reticenza a cambiare nel profondo, ci sono ancora pochissime donne tra inviati e capi, direttori. E invece i giornali cambierebbero in meglio se ci fosse lo stesso numero di donne e uomini a selezionare le notizie…

 

D: Scrivi che la nostra “idiozia” sui social si moltiplica. Ce lo spieghi?

R: Ho scritto che vogliamo essere a tutti costi eccezionali, talentuosi, belli, bellissimi, bravi, con una vita instagrammabile, amicizie d’élite e viaggi indimenticabili. Come se nessuno di noi piangesse, come se non avessimo debolezze, paure, dubbi, relazioni complicate, vite difficili, lavori estenuanti, storie famigliari dolorose, ferite da curare. E non è solo colpa di Instagram, ma della nostra idiozia che sui social si moltiplica fino a diventare un caleidoscopio di scemitudine. Questo ho scritto e lo confermo.

D: Puoi anticiparci qualcosa del libro che stai scrivendo?

R: E’ un romanzo in cui c’è il mio Sud, la Puglia, c’è la forza delle donne, una storia di famiglia e i ricordi di una ragazza trentenne che non riesce ancora del tutto a crescere e diventare donna. Ci sto lavorando da molto tempo e presto verrà alla luce.

 

D: Come definisci Young Women Network?

R: Una ventata di aria fresca. Io credo tantissimo nella sorellanza: essere alleate, confrontarsi soprattutto se provenienti da ambienti diversi, rende più forti. Le donne, come insegna Fleabag, sanno sempre quello che stanno facendo, anche se per tutto il tempo fingono di no.

 

Per iscriversi a thePeriod: https://mailchi.mp/505bb0466c3a/theperiod.

 

Oltre alle utili e belle riflessioni, io mi porto a casa anche una nuova lista di libri da leggere nel 2020:

  • Francesca Cavallo e Elena Favilli, “Le storie della buonanotte per bambine ribelli”, Mondadori, 2017
  • Chimamanda Ngozi Adichie, “Cara Ijeawele, ovvero Quindici consigli per crescere una bambina femminista”, Einaudi, 2017
  • Elise Thiebaut, “Questo è il mio sangue”, Einaudi, 2018
  • Lilli Gruber, “Basta! Il potere delle donne contro la politica del testosterone”, Solferino, 2019
  • Marta Dassù, “Mondo privato e altre storie”, Bollati Boringhieri, 2009
  • Oriana Fallaci, “Lettera a un bambino mai nato”, BUR Rizzoli, 2009
  • Luisa Muraro, “Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna”, Carocci, 2011.

 

Grazie a Corinna De Cesare.

Scritto da Natasha Aleksandrov