A cura di Veronica Buonocore

Eccoci di nuovo qui con il secondo appuntamento delle storie di giovani donne libere professioniste, lavoratrici autonome e imprenditrici.

Dopo aver scoperto il mese scorso le prime 2 testimonianze, ascoltiamo ora altre 2 voci di giovani ragazze, che si stanno impegnando in prima persona per dare voce a chi fatica a farsi sentire.

 

La libertà di curare l’anima e l’impegno di dare spazio a chi non ce l’ha: di questo e molto altro abbiamo parlato con la nostra socia Ronke Oluwadare, psicologa e psicoterapeuta

 

Se dovessi descriverti in poche parole, chi è Ronke Oluwadare?

 Mi definirei prima di tutto una persona energica, anzi direi proprio che energia è la mia parola chiave. Da sempre coltivo molti interessi, in primis quello per i libri e la lettura, e ho sviluppato una particolare attenzione per la giustizia sociale, nel senso che cerco nel mio piccolo di rendere accessibili delle cose a persone per cui non lo sono.

Come è nata la passione per la psicologia e cosa ti ha spinta a scegliere questa professione?

Per tutta l’infanzia, io e la mia famiglia eravamo certi che sarei diventata medico o comunque avrei svolto una professione di cura. È solo però durante una conversazione con una professoressa alle scuole medie che mi si è aperto il mondo della psicologia e ho realizzato che avrei potuto occuparmi delle persone avendo a che fare non solo con il corpo ma curando la loro anima.

Mi sono quindi iscritta al liceo socio-psicopedagogico e poi alla facoltà di psicologia. Durante gli anni universitari ho tuttavia accantonato l’idea di specializzarmi in psicologia clinica, in quanto non mi piaceva l’idea di richiedere l’integrazione di trattamenti farmacologici per curare i/le pazienti con patologie gravi, e mi sono invece appassionata alla psicologia sociale e del lavoro, anche in questo caso grazie all’entusiasmo per la materia trasmessomi da un professore. Mi sono quindi trasferita da Milano a Padova e mi sono laureata in psicologia del lavoro.

Dopo la laurea, ho iniziato a lavorare nel mondo aziendale, occupandomi di sviluppo organizzativo e formazione sulle soft skills; ho anche vissuto per 3 anni a Pechino, dove ho lavorato in un’importante società, ma a un certo punto la scarsa dinamicità dell’ambiente aziendale, la difficoltà di realizzare i miei progetti per ragioni connesse al budget e l’obbligo di dover rispondere a una catena infinita di riporti mi hanno spinta a tornare in Italia e ad abbandonare definitivamente la mia esperienza come dipendente in una società.

Una volta rientrata in patria, ho deciso quindi di tornare a studiare e mi sono iscritta alla scuola di specializzazione in psicoterapia, un percorso lungo e faticoso durato ben 4 anni, divisi tra studio e tirocinio non pagato, che si è concluso a marzo 2020 con l’ottenimento del titolo di psicoterapeuta.

Oggi sono felice perché il mio lavoro di psicologa e psicoterapeuta libera professionista riesce a coniugare entrambe le mie passioni, la psicologia del lavoro e la psicologia clinica.

Come psicologa e psicoterapeuta, ti occupi di diverse specializzazioni (dalla “classica” consulenza psicologica alla consulenza sessuologica fino al supporto alla comunità LGBTQI+ e alle seconde generazioni), con il chiaro intento di dare supporto a voci diverse. Ci racconti meglio di queste tue particolari competenze e di come riesci a fornire aiuto psicologico a tutt* quest* pazienti che hanno bisogni così diversi e peculiari?

Effettivamente è proprio così, il filo conduttore di tutto il mio lavoro è sempre stato dare spazio a chi di solito non ce l’ha, e proprio per questo mi sono specializzata in determinati ambiti e con pazienti appartenenti alle categorie citate, che soffrono di minority stress. Quando si è percepiti e trattati come minoranza e ci si sente diversi nella quotidianità, si sviluppano infatti una serie di sintomatologie particolari che hanno bisogno di uno spazio di ascolto per essere riconosciute e il mio compito è quello di aiutare questi pazienti a fare chiarezza, mettere ordine e scegliere il sistema in cui vogliono vivere. Si tratta di un lavoro individuale ma sicuramente per queste persone aiuta tantissimo sentirsi parte di una comunità, che dà sollievo e rende partecipi di un qualcosa di più grande.

Oggi si parla molto di rappresentazione della diversità. Secondo te, quali azioni ulteriori bisognerebbe intraprendere affinché le diversità siano davvero valorizzate nella società e non rimangano un mero oggetto di dibattito?

Sulla rappresentazione della diversità, quello che si desidera e si chiede oggi è un cambiamento strutturale rispetto alla narrazione attuale. Se infatti sicuramente rispetto al passato si parla molto di più di inclusione e ci sono più rappresentanti in cui molti possono riconoscersi, non è però ancora mai stata implementata la fase di ascolto, che è l’unica cosa necessaria da fare; non dovrebbero infatti essere le istituzioni a decidere autonomamente le azioni da intraprendere, il passaggio fondamentale deve essere quello di costituire dei focus group tra le istituzioni e tutti gli attori coinvolti per ascoltarsi, confrontarsi e decidere insieme. Al momento, è come se avessimo messo a posto la coscienza ma non siamo andati al nocciolo del problema, non cambierà mai nulla nella sostanza finché le persone che dovrebbero parlare non sono ascoltate e rimangono oggetto invece che soggetto della conversazione. Credo che la rappresentazione sia fondamentale ma è soltanto uno dei tasselli e comunque avrebbe dovuto seguire e non precedere la fase di ascolto.

Quando parlo con i/le ragazz* di seconda generazione, emergono principalmente 2 problemi:

  • uno di identità, in quanto ci sono ragazz* che non conoscono i loro paesi di origine perché non ci sono mai stati e neppure la loro lingua, e si sentono quindi Italiani a tutti gli effetti ma poi appena scendono al bar sotto casa si sentono dire “ah, come parli bene l’Italiano”, e questo ci fa capire la ragione per cui non sentano poi di appartenere in realtà a nessuna delle due identità;
  • uno organizzativo, perché senza la cittadinanza italiana non puoi fare tantissime cose (ad esempio andare in Erasmus, partecipare a concorsi pubblici, lavorare nelle forze dell’ordine), è come se fossi zoppo perché non puoi accedere a una gamma di possibilità solo in ragione del fatto che i tuoi genitori sono arrivati in Italia da un paese straniero.

Quali sono gli aspetti che ami del tuo lavoro e del fatto di essere una libera professionista?

Ascoltare le storie delle persone è l’aspetto che preferisco del mio lavoro, per me che amo molto leggere è un po’ l’equivalente.

Rispetto invece ai vantaggi della libera professione, devo dire che libertà è una parola chiave per me, mi piace moltissimo poter decidere del mio tempo e spazi e poter organizzare come voglio il lavoro, è una sensazione impagabile. Nonostante le difficoltà, io sono felicissima della mia scelta e non tornerei mai indietro a quando sono stata dipendente in azienda perché adesso ho la libertà di fare tante cose diverse che mi appassionano in autonomia e non devo rendere conto a nessuno.

Quali ostacoli e difficoltà hai dovuto invece affrontare per realizzare il tuo sogno e diventare una psicologa e psicoterapeuta?

Credo che tra gli ostacoli principali per chiunque desideri intraprendere una libera professione o un’attività imprenditoriale in Italia vi siano l’incertezza economica e la mancanza di tutele; non esistendo infatti una regolamentazione sui pagamenti dei professionisti, purtroppo è frequente ricevere gli incassi per le proprie prestazioni professionali anche con mesi di ritardo. Io sono un po’ più tutelata perché sono iscritta a un ordine professionale che ha una cassa di previdenza, per gli/le altr* è ancora peggio. Quando si decide di iniziare la libera professione, è importante imparare a ragionare come una piccola azienda ambulante che deve sostenere dei costi fissi, tutelandosi attraverso la stipula di assicurazioni e di strumenti di tutela del risparmio.

Con riferimento invece alle difficoltà personali, non credo di avere subito dei pregiudizi legati al mio essere donna, giovane e nera che possano avere ostacolato il mio lavoro di psicologa. Penso però che ci siano stati dei preconcetti legati alla mia presenza in certi contesti, soprattutto quando da psicologa del lavoro mi sono occupata di formazione aziendale; mi sono infatti resa conto che, non appena le persone capivano che io ero la relatrice dell’incontro, inizialmente restavano spaesati.

L’ostacolo vero tuttavia secondo me risiede nel fatto che lo/la psicolog* o psicoterapeuta non è una professione per tutti, in quanto ci vogliono disponibilità e risorse economiche, per tanto tempo investi nella tua formazione e non guadagni nulla, e questa è una vera ingiustizia. Credo che succeda questo perché in Italia c’è un pregiudizio sulla salute mentale, che non è considerata importante come la salute fisica, e questo lo prova il fatto che gli specializzandi in medicina siano remunerati, mentre i/le giovani psicologi/psicologhe non lo siano durante il periodo di tirocinio.

Credi che le leggi esistenti in Italia siano sufficientemente tutelanti per le giovani donne libere professioniste o ritieni che si potrebbe fare di più?

Sono convinta che si possa e si debba fare molto di più, siamo proprio al limite del peggio! Come ho già detto prima, manca la fase di ascolto delle persone coinvolte; ad esempio, si decide di stanziare dei fondi per l’imprenditoria femminile ma si chiede prima alle donne di cosa hanno veramente bisogno? Serve il famoso cambio culturale, per trasformare gli oggetti in soggetti e coinvolgerli nel processo decisionale.

Siamo ormai consapevoli di come la pandemia da Covid-19 stia avendo delle conseguenze drammatiche sulla psiche di tutt* noi ma che impatto ha avuto in particolare sulla tua professione e sul modo di esercitarla?

In realtà gli/le psicologi/psicologhe possono comunque lavorare in presenza in quanto operatori/operatrici sanitar* ma ci siamo apert* anche alla psicoterapia online. Per me non si tratta di una novità, facevo già sedute online prima del Covid-19 con pazienti italian* che vivono all’estero, le trovo valevoli per i/le pazienti che riescono ad avere uno spazio abitativo intimo in casa.

Rispetto alla professione in generale, con il Covid-19 c’è stato senza dubbio un aumento esponenziale delle richieste di aiuto psicologico, in quanto le restrizioni dettate per contenere la diffusione dell’epidemia hanno aperto la finestra su disagi che erano già presenti ma che le persone tendevano a nascondere. L’epidemia ha avuto sicuramente il merito di legittimare le persone a chiedere aiuto e ad ammettere di non riuscire a farcela da sol*, di riabilitare insomma il ruolo della psicologia. C’è stato un aumento delle richieste e un cambio culturale che spero resti anche dopo questa situazione di emergenza, fa bene guardarsi da fuori con lucidità attraverso gli occhi di un’altra persona e dà un sacco di libertà.

Lasciaci con un consiglio per una giovane ragazza che vorrebbe intraprendere la tua strada.

Non è necessario avere tutto chiaro sin da subito, a volte si fanno le cose senza avere idea del perché e le si dà un senso solo in una seconda fase della vita. Per me è stato esattamente così!

E poi, anche se certi giorni sarà dura, non perderti d’animo e continua a remare!

 

La moda come ponte tra culture: intervista a Aziza Ibrahim Ahmed, co-founder di “The Hijabis”

 

Raccontaci innanzitutto chi sei Aziza, il tuo background professionale e da dove nasce la passione per la moda.

Sono nata e cresciuta a Milano e svolgo la professione di strategy manager presso un’agenzia di comunicazione focalizzata sui settori del lusso, fashion e lifestyle, occupandomi quindi di consulenza strategica in ambito marketing e comunicazione. La specializzazione e l’interesse per il lusso vengono dagli studi; dopo la laurea megistrale in Economia all’Università Bocconi, mi sono subito iscritta al Master in Luxury and Fashion Management del Sole 24 Ore.

Al contrario, personalmente sono mai stata una cosiddetta fashion victim o “fashionista” ma mi hanno sempre affascinata e interessata la portata socio-culturale della moda, la simbologia sottostante e il suo ruolo nella storia di motore del cambiamento; pensiamo ad esempio alla minigonna inventata da Mary Quant e alla rivoluzione culturale che ha innescato! – di cui abbiamo anche parlato recentemente sul nostro blog -. La moda infatti è da sempre un veicolo potentissimo di espressione della propria identità, valori e personalità, è il proprio biglietto da visita e statement personale nella società. Ancora di più, per una donna musulmana come me identifica l’appartenenza a un determinato gruppo sociale e culturale.

Parlaci meglio del tuo progetto imprenditoriale e di come è nata l’idea di intraprenderlo, a maggior ragione in un momento così difficile come quello attuale.

 Da un po’ di tempo avevo in mente di lanciare un mio progetto nel settore del modest fashion, un segmento della moda che risponde a un codice di abbigliamento dettato da valori religiosi, che non comprende solo la moda islamica ma anche quella rivolta alle ebree ortodosse o comunque a persone che non professano un credo particolare ma vogliono adottare un codice di abbigliamento sobrio. Monitoravo questo settore di mercato già dal 2015, quando ancora non era esploso, perché sono prima di tutto una consumatrice, ed ero ben consapevole di come fosse difficile per le ragazze musulmane reperire sul mercato italiano degli hijabs di qualità, tanto che io stessa li acquistavo o nel mio Paese di origine, oppure ripiegavo sulle pashmine e foulard che trovavo nei grandi magazzini; inoltre, grazie al mio lavoro, ho avuto modo di fare consulenza all’Islamic Fashion & Design Council di Dubai, un’organizzazione che promuove il modest fashion.

Due anni fa, grazie a un contatto in comune (ecco la potenza del network!) ho conosciuto la ragazza che sarebbe poi diventata la co-founder del progetto; anche lei lavora nel settore della moda e, in particolare, si occupa di sviluppo prodotto per il segmento haute-couture di uno dei marchi di lusso italiani più importanti al mondo, dove si interfaccia quotidianamente con clienti VIP, fra cui sceicche e donne del mondo arabo super affascinanti. Sin dal nostro primo incontro, ci siamo subito rese conto come nel mercato europeo e italiano della moda mancasse un brand forte, che potesse identificare gli europei musulmani di seconda generazione o convertiti. Con l’avvento dei social, e di Instagram in particolare, c’è stata un’urgente presa di coscienza e volontà di manifestare la propria identità culturale, e hanno quindi iniziato a nascere pagine di vendita di prodotti e hijabs ma pochissimi veri e propri brand, almeno non in Europa. Abbiamo quindi fatto una ricerca di mercato, all’esito della quale è risultato che per le consumatrici era una priorità potersi identificare in un brand a loro dedicato, proprio per superare gli stereotipi legati al velo e a chi lo indossa, e quindi la paura di non essere accettate nel contesto occidentale, di dover giustificare le proprie scelte e valori o di doversi mettere sempre in discussione per essere considerate al pari delle altre donne.

 Quello che mi ha davvero colpita di “The Hijabis” è lo scopo non solo di vendere un prodotto ma di lanciare un messaggio di solidarietà e unione tra culture diverse, che superi stereotipi e preconcetti. Ci puoi raccontare meglio?

 È assolutamente così.

Al di là del problema di approvvigionamento del prodotto e della vendita, quello che ci ha davvero spinte a lanciare “The Hijabis” è proprio la volontà di combattere lo stereotipo legato al velo ed elevare il percepito della donna musulmana in Europa, dandole una fonte di ispirazione.

Il nostro scopo è cambiare la mentalità e portare una nuova rappresentazione che è frutto dell’unione tra culture, ed è intrinseco in una persona musulmana europea, fa parte innanzitutto del mio lifestyle personale, io sono Italiana e musulmana. Peraltro, l’incontro tra culture è ancora di più valorizzato dal fatto che io e la co-founder siamo di due credi diversi, io musulmana e lei cattolica. Vogliamo portare il valore della diversità come punto di vista che arricchisce, l’inclusività non è un qualcosa di eccezionale ma la norma per noi; se i brand occidentali parlano di diversity come eccezione, per noi è assolutamente naturale perché sono valori intrinseci e credo che continuare a riferirsi all’inclusività solo per far clamore o notizia sia l’approccio sbagliato, deve essere normale. 

Particolare attenzione è posta anche alla qualità dei materiali selezionati per produrre gli hijabs e alla loro sostenibilità, dettagli a cui le nuove generazioni pongono sempre maggior cura nella scelta dei brand con cui vestirsi. Come avete maturato l’esperienza necessaria in questo campo per proporre dei prodotti di alta qualità?

 Sulla scelta dei materiali un grandissimo contributo è stato dato dalla mia co-founder, che da professionista della haute couture impegnata nello sviluppo prodotto ha maturato una significativa esperienza e consapevolezza nella selezione accurata dei tessuti. Questo aspetto è centrale per noi proprio perché, all’esito della nostra ricerca di mercato, abbiamo riscontrato un’assenza di qualità nei prodotti esistenti.

Anche in questo caso, il fatto di voler essere un brand etico non è dettato dai trend generazionali o di mercato ma è intrinseco al sistema valoriale islamico, che promuove il rispetto per l’ambiente e per le persone che lavorano. Per fare questo, innanzitutto recuperiamo i materiali inutilizzati dalle aziende di moda, in un’ottica di economia circolare, e ci avvaliamo solo di sartorie sociali accuratamente selezionate sul territorio italiano, che promuovono il lavoro femminile in un’ottica di valorizzazione occupazionale. Riusciamo così a creare dei pezzi unici, rigorosamente “made in Italy”, che facciano sentire speciali, proprio come dice il nostro motto: “Unique hijiabs for unique personalities”.

 Come siete riuscite a sviluppare la startup e trasformarla da sogno a progetto? Avete usufruito di agevolazioni o sostegni pubblici o privati?

 Per il momento abbiamo investito solo capitali personali e ci stiamo quindi auto-finanziando ma siamo state selezionate insieme ad altre 14 startup per la fase di pre-acceleration nel programma “B4i – Bocconi 4 innovation” dell’Università Bocconi. Abbiamo iniziato questo percorso a febbraio e durerà fino a giugno, lo scopo è quello di sviluppare la startup per portarla dall’idea di progetto al mercato attraverso un programma strutturato, l’accesso agevolato a servizi per i nuovi imprenditori e l’aiuto di una mentor dedicata che ci sta supportando nella realizzazione del business plan; al termine del programma avremo la possibilità di presentare la nostra idea agli investitori. Teniamo le dita incrociate!

 Quali sono state le maggiori difficoltà e imprevisti che avete incontrato e come li avete affrontati?

 Le difficoltà principali sono state sicuramente la gestione del tempo, perché entrambe lavoriamo e abbiamo dovuto ritagliarci del tempo extra da dedicare a questo progetto, e il fatto di dover gestire aspetti al di fuori dalle nostre competenze. Nonostante infatti la mia co-founder abbia la competenza lato prodotto e io lato marketing, abbiamo dovuto anche organizzare e gestire attività diverse come quelle di logistica e la supply chain ma soprattutto capire gli interlocutori con cui interfacciarsi.

Un altro aspetto rispetto al quale sentiamo molto la pressione è la paura di sbagliare in tema di rappresentazione della comunità delle donne musulmane, il messaggio che sta dietro a questo progetto è troppo importante e veicolarlo in modo reale, coerente e corretto è fondamentale.

 Attualmente ricopri anche un ruolo senior presso un’importante agenzia di comunicazione. Come riesci a conciliare entrambe le attività? 

Purtroppo o per fortuna soffro di insonnia e sono allenata a ottimizzare tutto il tempo disponibile; la passione che sta dietro al progetto ripaga la stanchezza, sono una macchina da guerra e non mollo mai! Non ho problemi a lavorare di notte e anche i weekend perché mi piacciono molto entrambi i miei lavori.

Quali suggerimenti daresti ad altre giovani ragazze che vorrebbero intraprendere la tua strada?

Sicuramente è molto importante ascoltare il target di riferimento del prodotto che si vuole lanciare e parlare con le persone, anche se si hanno esperienza e competenze; la fase della ricerca di mercato è stata importantissima per noi perché ci ha permesso di vedere le cose da un altro punto di vista.

Un altro aspetto fondamentale è quello di costruirsi un network professionale perché fa emergere opportunità impreviste; il nostro progetto nasce da un incontro del tutto casuale frutto del networking, e anche nella fase di lancio il fatto di conoscere persone in ambiti diversi è stata una grandissima fonte di ispirazione per noi.

Infine, lasciatevi contaminare da altri ambiti e contesti diversi dai vostri, siate curiose, lasciatevi ispirare da cose che magari all’apparenza sembrano molto lontane da voi ma che possono rappresentare un punto di comunione con altre esperienze e culture.

 

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